“Giù le mani dalle casse private di previdenza“. E’ il messaggio implicitamente lanciato dai vertici dei principali enti pensionistici di categoria dalle colonne di Panorama. In un articolo pubblicato il 20 novembre scorso, infatti, il settimanale di casa Berlusconi denunciava le progressive mosse di avvicinamento dello Stato al ricco patrimonio (circa 60 miliardi di euro) delle casse private. In prima linea tra i portavoce della denuncia, non poteva mancare Andrea Camporese, il presidente dell’Associazione degli enti previdenziali privati (Adepp) e della Cassa dei Giornalisti, l’Inpgi. “C’è una costante erosione della nostra autonomia: un coacervo di norme complicate, inefficienti, incomprensibili e a volte dannose per la gestione”, è stata la sua protesta.

Le limitazioni pubbliche all’autonomia non hanno però finora impedito a Camporese, già noto alle cronache per “l’incidente” Terna del 2011,  di accumulare un discreto tesoretto aumentandosi progressivamente lo stipendio proprio negli anni in cui l’Inpgi ha intrapreso una pericolosa china. Sì, perché dal 2008 a oggi l’incarico del vicecaporedattore della sede veneta della Rai in aspettativa non retribuita al vertice della Cassa dei giornalisti per il secondo mandato ha registrato un costo per l’ente in crescita del 51,39 per cento essendo passato dai 202.217 euro del 2008 ai 306.140 del 2012. Ancora più notevole il confronto con l’ultimo emolumento del suo predecessore che vede Camporese incassare un progresso del 107,43 per cento.

Merito (o colpa) innanzitutto di un accordo in base al quale il trattamento economico annuo del giornalista ha previsto fin dal suo insediamento, nel 2008, la normale indennità (147.590 euro) e, in aggiunta, il “ristoro per il pregiudizio economico e previdenziale derivante dagli effetti della sospensione del rapporto di lavoro”, inizialmente quantificato in 45.098 euro comprensivi di accantonamenti previdenziali e per il trattamento di fine rapporto. Oltre ai versamenti per l’assistenza sanitaria (Casagit) e il fondo complementare, per un totale iniziale di 7.600 euro l’anno.

Ma non è bastato. Nel novembre del 2009, quasi giunto al termine del suo secondo anno di mandato, Camporese ha ottenuto una delibera retroattiva al primo luglio di quell’anno, in base alla quale la sua indennità è stata equiparata a quella del direttore generale dell’ente maggiorata del 10 per cento, per un totale che nella seconda metà di quell’anno ha superato quota 274mila euro. Cioè quasi quattro volte tanto il costo del lavoro medio dei dipendenti della gestione principale dell’Inpgi. E da lì la strada è stata tutta in salita. Tanto che a fine 2012 il suo incasso annuo ammontava a quasi 5 volte tanto lo stipendio medio di un giornalista dipendente (circa 62mila euro) e oltre 9 volte il salario medio di tutta la categoria (circa 33mila euro).

Quello che è invece è rimasto pressoché immutato in quegli anni, sono stati i contributi correnti incassati dall’Inpgi che sono passati dai 364,496 milioni di euro del 2008 ai 367,097 milioni del 2012, con un picco negativo a 362,660 milioni proprio nel 2009. Tutto questo mentre le uscite per il pagamento delle pensioni, complice il massiccio ricorso all’incentivo alle pensioni di anzianità da parte di gruppi come Rai e Finegil, sono aumentate esponenzialmente passando dai 321,830 milioni del 2008 ai 409,680 milioni del 2012 (+27,3 per cento). Tanto che il rapporto tra uscite per pensioni ed entrate contributive è andato progressivamente peggiorando ed è passato dall’88,3% di cinque anni fa fino a toccare il pericoloso livello del 111,6 per cento di fine 2012, quando le entrate sono state inferiori alle uscite di 42,5 milioni. E il futuro non lascia ben sperare, vista la progressiva scomparsa dei contributori con l’incalzare della disoccupazione (i prepensionamenti, fortunatamente, non incidono sulle uscite dalla Cassa).  Il trend è confermato anche quest’anno: il preconsuntivo 2013 approvato nei giorni scorsi ha sì evidenziato un attivo di 61 milioni, ma anche un disavanzo tra pensioni versate e contributi incassati di 27,7 milioni che porta il rapporto tra le due voci a quota 114,82 per cento. 

Del resto se n’è ancora anche la Corte dei Conti che, nella sua relazione sul bilancio 2012 dell’ente, non ha potuto non segnalare che “esistano elementi di preoccupazione connessi al perdurare della crisi economica e, soprattutto, ai pesanti riflessi in ambito occupazionale che la stessa sta determinando, che comportano come conseguenza minori entrate contributive e pesanti uscite soprattutto sul fronte degli ammortizzatori sociali”. La Corte, quindi, ha invitato “a monitorare il saldo previdenziale della gestione sostitutiva, che da sempre costituisce il nucleo centrale della funzione istituzionale dell’ente”. Ma ha altresì notato che “ancorché l’andamento della gestione previdenziale non mostri nel medio-lungo periodo – giusta quanto esposto nel bilancio attuariale – profili di criticità, nel 2012 il saldo tra prestazioni IVS e contributi IVS correnti è negativo per ben 42,6 milioni, pur in presenza di un lieve aumento di questa categoria di entrate”.

“L’ammontare della riserva di garanzia IVS è risultato, anche nel 2012, sempre superiore a quello della riserva legale minima prevista dalla legge n. 449 del 1997 ed ha raggiunto nell’esercizio medesimo una consistenza (dopo la destinazione dell’avanzO di gestione) pari a 11,69 annualità delle pensioni in essere al 31 dicembre 1994″, segnalava ancora la magistratura contabile. Per poi aggiungere tuttavia che “ben diverso valore, però, assume il medesimo indice con riguardo alle prestazioni correnti, attestandosi nel 2012 su 4,23 annualità dell’onere delle pensioni a fine dell’esercizio medesimo, con un ulteriore flessione dell’indice rispetto al precedente triennio (4,38 nel 2011; 4,62 nel 2010; 4,74 nel 2009)”.  E, ancora, che “sempre con riferimento alla medesima gestione è da rilevare – e questi sono forse i dati cui riservare specifica attenzione – come il gettito contributivo IVS, in aumento tra il 2012 e il 2011 dello 0,4 per cento (373,8 milioni, contro i 372,2 milioni nel 2011), faccia registrare complessivamente tra il 2007-2012 una crescita del 6,1 per cento, ben inferiore a quella della spesa”.