Alla fine, la Procura di Lecce ha deciso di innescare la retromarcia. E’ stata aperta un’inchiesta sul presunto interramento di materiale tossico nel Salento ad opera della criminalità locale. L’ipotesi di reato, al momento, è traffico illecito di rifiuti. Il fascicolo, a carico di ignoti, è aperto sulla scrivania del procuratore capo Cataldo Motta e dell’aggiunto Ennio Cillo, coordinatore del pool ambiente. Si parte, dunque, ma lo si fa dopo un intenso travaglio. Tre settimane fa, lo stesso Motta era stato tranchant. “Non rincorriamo i fantasmi”, aveva detto, stroncando qualsiasi ipotesi di approfondimento, dopo la bufera scatenatasi in seguito alle dichiarazioni dell’ex boss della camorra Carmine Schiavone, da un lato, e a quelle rese dal pentito della Scu Silvano Galati, dall’altro.

Troppo generiche e troppo datate le prime: rese nel 1997, riferite a diversi anni prima e prive di indicazioni precise su smaltimenti illeciti nel Salento, inutilizzabili già all’epoca, tanto che, ancorché secretati, gli atti della Commissione parlamentare antimafia, contenenti le rivelazioni dell’ex cassiere dei Casalesi, non sono mai stati inviati a Lecce. Capitolo chiuso, insomma, per Lecce, nonostante i colleghi della Procura di Bari abbiano deciso, al contrario, di vederci chiaro, con una motivazione precisa: “Non ci sono concrete evidenze di un rischio per la salute dei cittadini pugliesi, ma abbiamo il dovere di dare una risposta certa sullo stato di salute della regione”, ha argomentato il pm barese Pasquale Drago. Sulle indicazioni fornite, invece, nel 2005 dal collaboratore di giustizia Galati, si è innescato un vortice di conferme e smentite a catena. Non senza qualche imbarazzo. Nel 2004, l’ex malavitoso confessò di aver sotterrato, nel comune di Supersano, scarti di un’azienda del settore della produzione e cromatura per scarpe e fibbie. Parole poi effettivamente “riscontrate” attraverso il sistema Mivis, a raggi infrarossi, come sostenuto dallo stesso Motta nel 2008 di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.

Da allora non se ne è saputo più nulla, fino a qualche settimana fa. L’appello della magistratura a stare tranquilli, stavolta, ai salentini non è affatto bastato. Sono nati comitati, si sono svolti incontri, fiaccolate, sono venuti a galla nuovi sospetti, ricostruiti dalla stampa. Si è fatto rumore, fino ad arrivare alla pubblicazione on line, sul sito di Beppe Grillo, delle mappe dei luoghi in cui Galati avrebbe ‘tombato’ i rifiuti. “Siti già bonificati”, ha detto al fattoquotidiano.it il procuratore capo, venerdì scorso. Un grande giallo, visto che operazioni di risanamento ambientale non risultano al Comune di Supersano, se non in una semplice ex discarica di rifiuti solidi urbani. E’ così che il fuoco, invece che spegnersi, è divampato più di prima.

Ed è per questo che l’avvio di nuovi controlli è diventato inevitabile. Motta lo riconosce: “Quanto fatto avrebbe già dovuto rasserenare, ma credo che un accertamento ulteriore possa dare maggiore tranquillità ai cittadini. Oggi esiste una strumentazione più precisa di quella impiegata all’epoca, nel 2004. Così potremo appurare eventuali allarmi, evitando che si trasformino in panico”. Al posto del sistema Mivis, che rileva semplici anomalie sui terreni, ne verrà impiegato uno di aerofotomagnetometria, installato sugli elicotteri in uso al Corpo Forestale dello Stato, ai carabinieri del Noe e alla Guardia di Finanza, le tre forze di polizia giudiziaria delegate alle indagini. In questo modo, si potrà rilevare la presenza sotto terra di eventuali fusti metallici. “Non riapriremo processi già definiti, ma verificheremo eventuali interramenti sulla base di notizie di reato derivanti da fonti giornalistiche o da segnalazioni di amministrazioni comunali”, precisa il numero uno della Procura leccese. Come dire, il passato è passato. Dal punto di vista giudiziario, s’intende.