Doveva essere la manovra del rilancio. Invece la legge di stabilità sembra aver scontentato tutti. Per Confindustria i passi fatti sono “giusti ma insufficienti“, per la Fiom il provvedimento è “totalmente inadeguato”. Adesso insorgono i sindacati a difesa dei dipendenti pubblici, colpiti dal blocco della contrattazione. E la protesta più dura arriva dal mondo della scuola. La legge di stabilità 2014 è riuscita a ricompattare tutti i sindacati di categoria: Flc Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda il prossimo 28 ottobre si riuniranno a Roma per stabilire modalità della protesta e forme di mobilitazione congiunta. E c’è anche chi, come la Gilda, potrebbe non limitarsi ai soli scioperi, ma addirittura portare il governo in tribunale.

Nel mirino è finito l’articolo 11 del terzo capitolo della legge, che prevede una “razionalizzazione della spesa nel pubblico impiego” e impone il blocco dell’adeguamento del contratto e degli scatti di anzianità per tutti i dipendenti statali. Compresi quelli della scuola. “Per insegnanti e personale Ata, però, i contratti sono già fermi dal 2009, e se consideriamo che l’ultimo aumento è stato di appena 20-30 euro, torniamo indietro fino al 2007. Sono otto anni di blocco, è inaccettabile”, spiega Maria Domenica Di Patre, vice-coordinatore della Gilda. “Per la scuola la penalizzazione è doppia”, ribadisce Massimo Di Menna, segretario di Uil Scuola: “Non solo retribuzioni ferme ma anche blocco degli aumenti per anzianità, già finanziati e previsti dal contratto. Dietro articoli e commi, c’è la decisione di togliere 300 milioni al personale della scuola e destinarli ad altre spese”. E infatti Mimmo Pantaleo, segretario di Flc-Cgil, annuncia che la mobilitazione del 28 ottobre “è solo il primo passo”, lasciando presagire un imminente sciopero generale.

Il sindacato Gilda, però, pensa ad azioni anche più eclatanti: un ricorso contro la legge di stabilità. “Abbiamo dato mandato ai nostri avvocati”, afferma Di Patre. E si sono messi subito in moto: una prima diffida ufficiale è stata già presentata nei confronti della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca. Tommaso De Grandis, legale del sindacato, spiega al fattoquotidiano.it quali potrebbero essere le vie da seguire per contrastare il provvedimento del governo: “Stiamo vagliando due ipotesi: un ricorso provincia per provincia presso la sezione lavoro del tribunale ordinario, oppure un’iniziativa nazionale incardinata su Roma, chiamando in giudizio la presidenza del Consiglio. E poi c’è anche la strada del ricorso alla Corte di giustizia europea”.

La Gilda è sicura che ci siano margini per un’azione: “Esiste una serie di norme che vieta ai datori di lavoro di cambiare le condizioni del contratto in maniera unilaterale: e qui il governo, lasciando invariate le incombenze, stabilisce un ulteriore e indebito prelievo fiscale. L’ennesima disparità di trattamento rispetto ai privati. E c’è già una sentenza analoga della Corte costituzionale, a proposito del contratto dei magistrati, che ci dà grande fiducia”.

Il sindacato, dunque, è convinto che i giudici potrebbero dare ragione ai dipendenti pubblici. Anche se è ancora difficile dire quali sarebbero, eventualmente, gli effetti di un pronunciamento favorevole: “Nel caso il ricorso venisse accettato – spiega De Grandis – le sentenze si applicano alle parti ricorrenti”. Quindi solo ai dipendenti della scuola, e solo a quelli che aderiranno all’azione legale. “Ma è chiaro che poi potrebbe scatenarsi una reazione a catena, tale da costringere il governo a ritornare sui propri passi”. Si aprirebbe un varco, insomma. Anche nelle coperture della legge di stabilità, che dal blocco degli stipendi pubblici recupera non poche risorse.

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