Politica, videogiochi, guerra, fantascienza. Una strategia di produzione che ricalca quella delle serie tv. Albi tutti a colori, narrazione in “continuity” da un numero all’altro, oltre quattro anni di lavoro solo per la prima stagione: sarà l’investimento più importante mai compiuto dalla Sergio Bonelli editore, al culmine di un ventennio di crisi progressiva del mercato-fumetto. Parliamo di Orfani, la nuova serie a termine di via Buonarroti, che esce oggi con una tiratura di 120mila copie. Due stagioni di 12 albi mensili ciascuna già pianificate, con l’ipotesi di fare uscire “una terza stagione che dipende dal successo della prima”, come spiega lo sceneggiatore Roberto Recchioni, creatore della saga con il disegnatore Emiliano Mammucari.

La parola chiave è “futuro”. Intanto per la trama: in un domani imprecisato un attacco extraterrestre distrugge la metà buona della Terra, e nella massa dei sopravvissuti l’esercito di difesa del pianeta seleziona e addestra una pattuglia di ragazzini, orfani di ogni paese del mondo, i quali, muniti di armature da combattimento, andranno all’assalto del pianeta che ha fatto morire i loro genitori.

Ma dalla fantascienza di Orfani dipende anche un pezzo di futuro del fumetto italiano: “Il genere è in forte crisi: 20 anni fa noi vendevamo circa quattro volte le copie che facciamo oggi – spiega Mauro Marcheselli, direttore editoriale della Bonelli, che da sola rappresenta intorno al 40 per cento del fumetto italiano da edicola – dopo un’erosione nelle vendite che per ogni nostra testata è andata dal -3 al -7 per cento annuo”. Una tendenza preoccupante, per le nuvolette, che Orfani potrebbe invertire: l’obiettivo è aprire un nuovo mercato, riconquistando i 12-18 enni, “una fetta di pubblico che per noi adesso è perduta”, chiosa Marcheselli, stante che Tex, con le sue 200mila copie, “resta il mensile più venduto al mondo”.

Non per nulla proprio a Recchioni è stato affidato il rinnovamento di Dylan Dog: una scelta fatta dall’ideatore Tiziano Sclavi, che col 39enne autore romano condivide la passione per i videogiochi e la cultura pop in genere. Per Orfani conterà molto la ricerca di un linguaggio nuovo, e l’uso del parlato quotidiano, incluse alcune esclamazioni pepate che fanno capolino già nel primo numero, e che sono un salto molto deciso rispetto ai “tizzone d’inferno” pronunciati da Tex Willer.

Ma c’è molto di più: Orfani riprende a tratti il ritmo e le riprese dei videogiochi, con l’inquadratura che insegue i personaggi, e la stessa scrittura è influenzata da un’altra novità: il tutto-colore. Per il concetto di “stagione” ogni anno Orfani “si rinnoverà, tenendo relativamente conto delle reazioni del pubblico, che in qualche misura si potranno già sondare sulla nostra pagina Facebook – spiega Recchioni. È un “buzzing” molto forte quello che ha preceduto l’uscita della serie, promossa con la diffusione online di alcuni video-trailer e di un numero zero.

Ma Orfani comporta anche diversi livelli di lettura. “Di primo acchito leggi una storia di fantascienza di guerra – dice Recchioni – poi ci sono i rapporti tra i personaggi, che compongono una specie di dramma shakespeariano. E poi c’è la politica: Orfani parla di eserciti che fanno combattere i bambini, in un sistema che li controlla dalla nascita. Noi stessi, oggi, nasciamo con una porzione di debito nazionale, poi se ci va bene siamo sfruttati solo come consumatori, oppure arriviamo agli estremi contemplati in Orfani”.

Sarà un successo? “Dopo il numero 1 proviamo ad assestarci sopra le 50mila copie – dice Marcheselli – sarebbe un fenomeno sopra le 80mila”. E Recchioni: “L’ho detto agli amici: se non riempio il San Paolo mi suicido!”.

di Alessandro Trevisani