Il premio Nobel per l’Economia, in questi anni di crisi, suscita più polemiche di quello per la Pace. Nel 2008 l’accademia di Stoccolma scelse Paul Krugman non certo per i suoi studi degli anni Settanta, quanto per il suo ruolo di coscienza critica (e keynesiana) negli anni dell’America di George W. Bush.

Nel 2013 il riconoscimento va a tre economisti che, complice la rapidità di Twitter, eccita subito i colleghi accademici, forse rosi da un po’ di invidia: vincono Robert Shiller, Eugene Fama e Lars Peter Hansen.

Uno degli economisti più attivi sul web, Paul De Grauwe, accusa subito: “Il Nobel a Fama che ha spinto milioni di persone a credere nell’efficienza dei mercati finanziari e a Shiller, che ha mostrato il contrario. Che contraddizione”. Il tedesco Helmut Reisen è d’accordo: “Fama e Shiller sono simili come l’acqua e il fuoco, l’efficienza dei mercati finanziari contro l’esuberanza irrazionale”.

Io conosco poco il lavoro di Fama, ma ho il sospetto che De Grauwe e Reisen conoscano ancora meno quello di Shiller. In sintesi: a Stoccolma hanno dato il Nobel a tre studiosi che difendono l’importanza dei mercati, che sono convinti che una “società giusta” (per citare il titolo dell’ultimo libro di Shiller in italiano) si fondi su una finanza democratica ed efficiente. Non su uno Stato che regolamenta tutto. Che per un mondo migliore serve più innovazione finanziaria e non meno, che i mercati – in quanto intelligenza collettiva – devono compensare l’irrazionalità umana, invece che rassegnarsi a esserne vittima.

Sul sito che raccoglie paper accademici, SSRN, l’articolo più scaricato di Eugene Fama è: “Efficienza dei mercati, rendimenti di lungo periodo e finanza comportamentale. La tesi, riassunta nell’abstract, è questa: nel lungo periodo i numeri confermano l’efficienza dei mercati, ci sono momenti in cui ci sono reazioni inconsulte al rialzo o al ribasso, ma alla fine gli investitori si dimostrano capaci di fissare il giusto per gli asset scambiati. E, secondo Fama, le “apparenti anomalie sono spesso dovute alla metodologia”, non a buchi nella teoria.

Di Robert Shiller potete leggere invece “Dai mercati efficienti alla finanza comportamentale: Shiller è uno dei pochi, assieme al neogovernatore della Banca centrale dell’India Raghuram Rajan, ad aver non solo previsto ma anche messo in guardia dall’arrivo della crisi del 2008. Rajan aveva capito che il sistema di cartolarizzazione dei mutui era fallato, Shiller aveva colto “l’esuberanza irrazionale” (titolo di un suo famoso libro sulle bolle) nel mercato immobiliare, dove tutti erano convinti che i prezzi potessero soltanto salire, e del 20-30 per cento all’anno. Ma anche Shiller è, alla fine, un difensore dei mercati: le sue analisi vogliono ridurre la distanza tra gli investitori reali e quelli dei modelli, l’innovazione finanziaria e l’informazione sono gli strumenti necessari a permettere ai mercati di attuare il loro indispensabile compito di eliminazione degli arbitraggi. Cioè: fare in modo che chi è disposto a comprare una certa cosa a un certo prezzo trovi chi è disposto a vendergliela a quel prezzo.

Shiller si spinge addirittura a difendere il sistema delle agenzie di rating che, sostiene, nel 2008 ha fallito per una serie di ragioni facili da identificare e da correggere (errori di previsione sull’andamento del mercato immobiliare, incentivi distorti ai gestori di portafoglio dei grandi fondi di investimento che si affidavano troppo ai rating sopprimendo il proprio senso critico ecc).

In altre parole: visto che i mercati sono imperfetti, Shiller vuole migliorarli, cioè l’opposto di chi invece invoca più regolamentazione e minore peso della finanza nell’economia.

Di Lars Peter Hansen, il terzo vincitore, so poco (e poco ne sanno gli economisti con cui ho parlato). Ma anche lui, come Fama, è dell’Università di Chicago, quella dove insegnava Milton Friedman e oggi ospita il liberista (non dogmatico e assai acuto) Luigi Zingales. A dare un’occhiata ai paper sul suo sito personale, si capisce perfettamente che anche Hansen è uno che ha fiducia nei mercati. E che è più interessato a spiegare cosa c’è dietro gli shock che talvolta ne minano la credibilità invece che a compiacersi del fatto che a volte il loro comportamento sia molto lontano dalla perfezione immaginata da certi economisti o, più spesso, da loro divulgatori che ne semplificano le tesi fino a banalizzarle.

Per cinque anni, dall’inizio della crisi, ci siamo fustigati perché ci eravamo fidati troppo dei mercati. Abbiamo aspettato pazientemente che le mille autorità di supervisione planetaria – dal G20 al Financial Stability Board – rispondessero agli eccessi con regole più stringenti. Non è successo, forse per il troppo potere delle lobby della finanza. Con il Nobel a Fama, Hansen e Shiller l’accademia di Stoccolma ci suggerisce un’altra via: se non possiamo imbrigliare i mercati, rendiamoli migliori, in modo che puniscano i disonesti e gli incapaci invece che gli ingenui risparmiatori o, peggio, i contribuenti che poi pagano il conto con le tasse quando ci sono da salvare le banche.