Il dimissionamento dei manager in puro stile staliniano è la nuova moda del capitalismo italiano, sempre in cerca di nuove ipocrisie con cui dissimulare la profondità della sua crisi. Ieri è toccato a Giuseppe Sciarrone, fondatore e azionista di Ntv, la società del treno Italo, che ha lasciato la poltrona di amministratore delegato accompagnato da un commosso comunicato secondo il quale l’azienda ha preso atto delle dimissioni “con grande dispiacere, apprezzando la condivisione, espressa dallo stesso ingegnere, di una necessaria discontinuità anche nella gestione dell’azienda”.

Ieri Sciarrone, domenica scorsa Enrico Cucchiani di Intesa Sanpaolo: gli amministratori delegati si mettono alla porta da soli con una dura autocritica, riconoscendosi inadeguati e auspicando che il consiglio d’amministrazione-politburo trovi un condottiero all’altezza delle legittime ambizioni dell’azienda. Dietro questi minuetti diplomatici c’è la situazione drammatica di Ntv. La decisione di privarsi di un uomo come Sciarrone, da una vita in mezzo ai binari (era al fianco di Lorenzo Necci alle Fs vent’anni fa), unico a capirne di treni nella variopinta compagine societaria e manageriale di Ntv (Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle, Gianni Punzo), nasce da tre ordini di motivi.

Il primo: la scommessa di Italia si sta rivelando mal progettata. La presa di Trenitalia sul mercato è talmente ferrea che per sottrarre passeggeri Ntv deve posizionare sul prezzo low-cost un treno pensato e lanciato per la fascia alta, e i conti non tornano. Il secondo: togliere passeggeri a Trenitalia non è facile. L’offerta di treni a tutte le ore è molto più ampia di quella di Italo (solo 50 corse al giorno sulle rotte Napoli-Roma-Milano-Torino) e quindi prevale l’abitudine, che si può scalzare solo con un’offerta molto migliore (ma in definitiva un treno è un treno) o con prezzi veramente molto più bassi, cosa impossibile alla luce del punto uno. Preso atto dei primi due problemi, si è prodotto il terzo, che è forse il motivo scatenante della rottura. Gli azionisti di Ntv hanno capito che l’obiettivo dei 6 milioni di passeggeri trasporti era irraggiungibile, e che le perdite a fine anno, superiori al previsto, si avvicineranno ad azzerare il capitale. Dopo aver addebitato a Sciarrone piani troppo ottimistici o faraonici, hanno varato un nuovo piano industriale tutto nel segno del ridimensionamento: obiettivi più modesti saranno accompagnati da tagli al trattamento economico e allo stesso numero dei dirigenti. Per dirla con l’eleganza del comunicato ufficiale, ci si è rassegnati a “rivedere in parte i piani di sviluppo originari e a ridisegnare il modello organizzativo della governance per renderlo più snello e reattivo ai continui cambiamenti del mercato”. In nome della snellezza potrebbero saltare anche alcuni posti di lavoro, tra i 1200 nuovi di zecca che la società basata a Nola (in provincia di Napoli) ha creato nel deserto economico della Campania.

Montezemolo ha affidato la guida della società al suo amico Antonello Perricone, cui aveva recentemente ceduto la presidenza dopo che il manager palermitano era stato messo in libertà dalla Rcs che ha lasciato sull’orlo del fallimento. Ma adesso Ntv si appresta a diventare un problema di tutti gli azionisti, e soprattutto di Intesa Sanpaolo che, oltre ad aver sottoscritto il 20 per cento del capitale, ha anche prestato i 750 milioni per comprare i super treni francesi dell’Alstom. Soldi che Ntv, con questi risultati, non sa come ripagare. La soluzione ipotizzata dall’inizio, cioè di mollare Ntv alle ferrovie francesi (la Sncf è socia con il 20 per cento) cozza con le recenti regole di reciprocità stabilite dai due governi.

Il numero uno di Fs Mauro Moretti ha chiesto e ottenuto che Sncf possa fargli concorrenza in Italia solo se la Francia aprirà il suo mercato agli italiani. Ma i francesi non ci pensano proprio, e per loro Italo può anche andare a rotoli. È una delle ragioni della rabbia di Ntv, che da mesi attribuisce all’ostruzionismo di Moretti (che controlla anche la rete) gran parte dei suoi insuccessi.

Dal Fatto Quotidiano del 3 ottobre 2013