Di ius soli – con la nomina di Cecile Kyenge a ministro dell’Integrazione del governo Letta – si parla insistentemente da mesi. Ma prima della politica è arrivato lo sport. L’hockey su prato, per la precisione: sabato scorso l’assemblea federale riunitasi a Bologna ha approvato una sorta di ius soli sportivo, per cui la federazione considererà italiani a tutti gli effetti i giocatori di origine straniera ma nati in Italia. “E’ un grande passo – spiega al fattoquotidiano.it il segretario federale Fabio Pagliara -, con una duplice valenza. Innanzitutto simbolica: per una disciplina multirazziale come la nostra, la barriera dell’attuale normativa sulla cittadinanza agli stranieri davvero non ha senso. E poi c’è il valore concreto: dalla prossima stagione per questi ragazzi non ci sarà più alcuna discriminazione ai fini dell’impiego nei vari campionati”.

Nella massima serie nazionale di hockey su prato, infatti, la regola prevede che le squadre possano schierare in campo al massimo tre giocatori stranieri contemporaneamente (senza distinzione fra comunitari e extracomunitari). Un limite studiato per valorizzare i prodotti dei vivai e far crescere il movimento. Ma che finiva per penalizzare anche quei ragazzi che in Italia sono nati e cresciuti, ma che lo Stato ancora non riconosce come cittadini (almeno non fino al compimento del diciottesimo anno di età). La federazione ha voluto aggirare l’ostacolo: al momento del primo tesseramento per qualsiasi società di hockey, gli atleti di origine straniera ma nati in Italia acquisiranno lo status di giocatori italiani.

Il provvedimento si applicherà tanto ai minorenni che militano nelle giovanili, quanto ai maggiorenni ancora sprovvisti di cittadinanza, così da coinvolgere oltre 200 giocatori. “Numero che cresce esponenzialmente in prospettiva”, sottolineano i vertici federali. L’hockey su prato non è proprio lo sport nazionale in Italia. Grande tradizione, invece, ha in Paesi come India, Pakistan, Sri Lanka, presenti nel nostro Paese con nutrite comunità di immigrati. “I loro figli praticano la nostra disciplina con grande frequenza. Vengono da famiglie di immigrati ma hanno nascita, cultura, formazione italiana. E’ davvero paradossale che vivano questa condizione da apolidi fino alla maggiore età”, spiega Pagliara.

La questione, del resto, è ben nota. Per questo la Federazione Italiana Hockey ha deciso di intervenire. Nessuno “scavalcamento” nei confronti dell’autorità statale: “Le federazioni hanno facoltà di regolamentare le proprie discipline. Da quel che ci risulta, un simile provvedimento potrebbe essere adottato anche da altre discipline”, spiegano dalla Fih. La votazione di sabato scorso, quindi, potrebbe aprire una nuova strada. Intanto ha ricevuto la benedizione del governo: il ministro dello Sport, Graziano Delrio, si è complimentato pubblicamente su Twitter. Una telefonata di congratulazioni è arrivata anche dal capo della segreteria del ministero per l’Integrazione, Paolo Carletti. “Certo però – rilancia Pagliara – vorremmo che questa nostra decisione aprisse un dibattito, e che la politica agisse concretamente sul tema”.

Il nodo fondamentale, infatti, non è risolto: nonostante il riconoscimento da parte della federazione, per lo Stato questi ragazzi continuano a non essere cittadini italiani. E quindi resta loro preclusa quella che, sportivamente parlando, è la massima aspirazione di un giovane atleta: la nazionale. “Su questo non possiamo fare nulla, purtroppo. Ma speriamo di contribuire, nel nostro piccolo, a raggiungere presto questo grande obiettivo: ne guadagnerebbe il nostro movimento. Ma, soprattutto, siamo convinti che ne guadagnerebbe l’Italia intera come Paese e società. Senza la seconda parte, che dipende dalla politica, la nostra iniziativa resterà un’incompiuta”, conclude Pagliara.

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