Erano soprattutto somali, ghanesi ed eritrei, stando alle prime ricostruzioni, i migranti vittime dell’incendio del loro barcone davanti alle coste siciliane. Erano eritrei i 13 migranti morti pochi giorni fa a pochi metri dalla spiaggia di Scicli, sempre in Sicilia: sullo sfondo delle immagini dei corpi coperti dalle lenzuola si poteva vedere la vecchia tonnara, apparsa varie volte nella serie tv del Commissario Montalbano, girata proprio su quelle spiagge. Erano ancora eritrei, ma anche marocchini e sudanesi, i 118 migranti sbarcati ad Augusta lo scorso 26 settembre.

L’elenco potrebbe continuare a lungo e delineare una precisa geografia dei paesi di fuga, tra cui spicca l’Eritrea. Governata dal 1993, anno di indipendenza dall’Etiopia dopo una pluridecennale guerriglia di liberazione, da Isaias Afwerki, l’Eritrea è uno dei paesi più chiusi del mondo, anche se sempre di più al centro di una complicata partita geopolitica a causa delle sue risorse minerarie e della sua posizione strategica vicina al “collo di bottiglia” che chiude il Mar Rosso. Secondo l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International, la situazione dei diritti umani nel paese è drammatica: “L’arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato. E’ rimasto obbligatorio anche l’addestramento militare per i minori. Le reclute sono state impiegate per svolgere lavori forzati. Migliaia di prigionieri di coscienza e prigionieri politici hanno continuato ad essere detenuti arbitrariamente in condizioni spaventose. L’impiego di tortura ed altri maltrattamenti è stato un fenomeno diffuso. Non erano tollerati partiti politici d’opposizione, mezzi di informazione indipendenti od organizzazioni della società civile. Soltanto quattro religioni erano autorizzate dallo stato; tutte le altre erano vietate e i loro seguaci sono stati sottoposti ad arresti e detenzioni. Cittadini eritrei hanno continuato a fuggire in massa dal paese”.

Secondo Amnesty, proprio il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato è una delle principali ragioni di fuga dal paese – grande circa un terzo dell’Italia e con meno di cinque milioni di abitanti. La “fuga” viene punita duramente: “Per coloro che venivano colti nel tentativo di varcare il confine con l’Etiopia è rimasta in vigore la prassi di ‘sparare per uccidere’. Persone colte mentre cercavano di varcare il confine con il Sudan sono state arbitrariamente detenute e duramente percosse. Familiari di persone che erano riuscite a fuggire sono state costrette a pagare multe per non finire in carcere”. Dato questo contesto, aggravato peraltro da una situazione economica durissima, nonostante l’espansione del settore minerario, Amnesty ha chiesto a molti stati, anche europei, di interrompere la pratica del rimpatrio forzato degli esuli eritrei.

Fino a quando a Tripoli c’era Gheddafi, l’Italia se la cavava lasciando che fossero le forze armate libiche a fare il lavoro di “contenere” i fuggiaschi. Ora la diga è bucata. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’UNHCR, risalente ad agosto scorso, le autorità libiche ora collaborano con l’Onu per la protezione dei migranti e dei richiedenti asilo, ma “l’UNHCR rimane preoccupata per la mancanza di sicurezza e protezione per rifugiati e richiedenti asilo”. Le detenzioni arbitrarie di migranti nei centri sparsi per il paese, soprattutto nell’est, continuano e le condizioni di vita in questi centri sono drammatiche. La mancanza di un sistema legale e di protezione di migranti, rifugiati e potenziali richiedenti asilo, alimenta il mercato dell’emigrazione illegale e del traffico di esseri umani. Ad agosto scorso, secondo l’UNHCR, 27 imbarcazioni sono partite dalla Libia verso l’Italia, per un totale di 3044 persone a bordo, in grandissima parte eritrei, somali ed etiopi. La guardia costiera libica ha intercettato un certo numero – non si sa esattamente quante – di imbarcazioni e i migranti “bloccati” sono stati riportati in Libia e detenuti con l’accusa di aver lasciato illegalmente il paese.

La situazione non è uguale per tutti: i circa 13mila rifugiati siriani che all’agosto scorso erano stati registrati nel paese dall’UNHCR hanno delle forme di assistenza e protezione, sia internazionale che da parte del governo libico – per esempio, i bambini possono andare a scuola. Gli altri, dall’Africa subsahariana o dal Corno, sono invece i più vulnerabili, esposti agli abusi e al rischio di rimpatrio forzato. Per loro, la traversata del Canale di Sicilia rimane ancora l’opzione migliore, anzi, l’unica possibile.

di Joseph Zarlingo