Ho appena letto la bella risposta di Alessandro Di Battista, nella sua pagina Facebook, sul “fare i nomi”. Conosco Alessandro. Ci stimiamo e ci siamo confrontati spesso su questo tema. Conoscevo bene la sua posizione. Su questo siamo diversi, anche per un apprendistato politico differente: io vengo da sinistra, una sinistra che in Italia è stata ammazzata dai D’Alema e dalle Finocchiaro; lui proviene da un percorso più anarcoide.
Il suo post mi fa piacere: se non altro, ha finalmente spiegato la strategia M5S, come finora non avevano fatto né i Crimi né le Lombardi. Di Battista non ignora che, più che “far tana” al Pd, volevo far tana a loro, spingendoli a esplicitare quello che fino ad oggi è sembrato (e a molti continuerà a sembrare) un eccesso permanente di ortodossia.
 
La sua idea è chiara: “Il M5S è un movimento rivoluzionario, democratico, nonviolento ma rivoluzionario e i movimenti rivoluzionari non si accontentano, non usano le armi del passato, non risolvono i problemi utilizzando i sistemi che li hanno generati. I movimenti come il nostro vincono o perdono, non pareggiano mai”. Secondo lui, e la maggioranza dei parlamentari (ma non credo la maggioranza di chi li ha eletti, e su questo lui come Grillo eludono il tema), “fare il nome” sarebbe soltanto una mossa mediatico-politica per stanare il Pd. Una presa in giro. E loro, che sono rivoluzionari e vogliono andare oltre la finzione mediatica, tirano dritto. Oltretutto “il Pd si distrugge da solo”, e questo è notorio.
 
Di Battista nutre molta più fiducia di me nell’elettorato e negli italiani: un popolo eternamente allergico alla rivoluzione, che tira anzitutto a campare e che a febbraio li ha votati perlopiù con la pancia e non per una reale esigenza di rinnovamento. Non credo dunque che gli italiani cominceranno a sentirsi di colpo Che Guevara guardando i parlamentari 5 Stelle, movimento che (come scrivo e dico da almeno quattro anni) ha il suo primo limite nella intrinseca componente utopica: pretendere di cambiare gli italiani è come pretendere che l’acqua non bagni, e basta leggere due pagine di Pasolini per averne piena e definitiva contezza. 
“Fare il nome”, ma più in generale provare concretamente a cambiare in meglio la legge elettorale anche in queste settimane (dopo averlo sempre fatto, nel primo Vaffa Day del 2007 come per la mozione Giachetti), sarebbe stato tanto “redditizio” strategicamente quanto nobile politicamente. In questo modo, invece, il sistema mediatico che Di Battista dice di frequentare poco, ma che in realtà è bravo a catalizzare con i suoi interventi in Aula deliberatamente teatrali (e spesso efficaci), farà passare la vulgata malevola del “Grillo vuole il Porcellum”. E tanti piddini, palesemente corresponsabili di questo sfacelo, potranno continuare a dire inopinatamente che “è tutta colpa dei grillini che sanno dire solo di no e tengono 9 milioni di voti in frigo”. Del resto, di Fabio Fazio pronti a reggergli zelantemente il microfono è pieno il mondo, o anche solo l’Italia.
 
La mossa Rodotà permise di fare tana al Pd, e questo a dire il vero mi interessa poco, ma più che altro permise agli italiani di sperare in un bel presidente della Repubblica. E questo mi interessa molto. Se avessero giocato di rimessa pure al Quirinale, a quest’ora avrebbero il 5 percento nei sondaggi. Lo stesso effetto benefico, che non avrebbe certo implicato un tradimento delle idee de Movimento, sarebbe accaduto con un nome nobile come Zagrebelsky o Settis, e una conseguente lista prestigiosa di ministri. Non fare quella mossa è per me un errore non solo strategico, ma anche politico e perfino “morale”. In questo sono allineato a Pippo Civati, di cui pure ho spesso criticato la pavidità e l’eccessivo “strategismo” (per citare il maestro sempiterno Alfonso Luigi Marra).
 
Di Battista, poi, si chiede perché Morra non potrebbe fare il ministro: certo che potrebbe. Anche Bugs Bunny sarebbe più bravo di Calderoli o Gelmini. Figuriamoci una persona seria come Morra. Ma al momento è uno scenario impossibile, perché il M5S non ha vinto le elezioni e non può governare da solo. In una fase così complicata era giusto sporcarsi un po’ e rischiare non un governo Letta o Letta Bis (orrore), ma un esecutivo “dei sogni”. Quantomeno provarci. E far dire “no” agli altri. Non avrebbe significato, come sintetizza Di Battista, “prendere in giro” gli elettori: avrebbe casomai mostrato inequivocabilmente che sono gli altri, Pd in testa, a prendere in giro i loro elettori. La differenza, caro Alessandro, è sostanziale e lo sai.
 
Sono poi totalmente concorde sul non voler pareggiare. Anch’io preferisco perdere che pareggiare, se la sconfitta è arrivata inseguendo la vittoria. Vorrei quindi che Di Battista avesse ragione, ma temo che avrà torto, per un mix di sopravvalutazione dell’elettorato (e del Movimento) e sottovalutazione dell’eccezionalità del contingente (cioè del presente). 
Se avrò sbagliato la previsione, sarò il primo a non dolermene.