Cari lettori se per qualsiasi motivo, dopo il mio ultimo post sul mio libro appena pubblicato, vi siete distratti permettetemi di presentarvi in carne ed ossa,“Il riformista che non c’è”. Questa volta, non è solo il titolo di un libro, ma è addirittura un governo che con le sue stupide politiche ci sta rubando il diritto alla salute. Il governo Letta ha appena licenziato una “nota” sulla sanità al Def (documento economico finanziario) nel quale si prevede:

  • un definanziamento programmato nel tempo che stabilisce l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil, ferma al 7,1% fino al 2014 e poi in calo fino al 6,7% nel 2017

  • la restrizione dell’universalismo del sistema pubblico cioè l’adozione di criteri selettivi

  • il superamento della figura del cittadino avente diritto e la sua sostituzione con quella del cittadino più bisognoso

  • la ridefinizione delle tutele pubbliche e quindi delle garanzie

Vorrei essere più preciso e citare testualmente due passaggi della nota come si dice “gravidi” di conseguenze:

Il primo riguarda l’assistenza: ‘occorre ripensare  un modello di assistenza finalizzato a garantire prestazioni non incondizionate, rivolte principalmente a chi ne ha effettivamente bisogno‘.

Il secondo dice in che modo il sistema diventerà selettivo: ‘si tratta di ridisegnare il perimetro dei LEA (livelli essenziali di assistenza)’.

Quindi per la nota del governo ci si appresterebbe a ridiscutere le tutele di diritto cioè le cure “essenziali” e presumibilmente a sostituirle con le cure “indispensabili”, cioè con i bisogni primari,e con le necessità capitali.

Con ciò il nostro impavido “riformista che non c’è” approfittando delle larghe intese, cioè del famoso power sharing (inciucio) non fa null’altro che fare proprie le tesi di una certa economia speculativa che da tempo tira la volata ai fondi integrativi, alle mutue e alle assicurazioni private, facendo proprio il seguente assioma:

  • non si può dare tutto a tutti

  • si devono selezionare le tutele

  • le tutele si selezionano con le priorità.

Tutto questo è annacquato noiosamente con:

  • tutte le vecchie politiche marginaliste di questi anni per le quali le Regioni sono state praticamente delegittimate dai tagli lineari essendosi rivelate politiche ampiamente insufficienti a reggere la sfida del cambiamento.

  • l’omissione completa dei vasti fenomeni di corruzione nel sistema, quindi la scelta di ignorare una “ricchezza negativa” che aspetta da anni di essere usata a fin di bene.

  • misure che controriformano surrettiziamente il titolo V della Costituzione in barba alle leggi vigenti ricentralizzano tutte le decisioni sulla sanità (si parla testualmente di “una regia nazionale quale essenziale condizione…”)

A questo punto il governo Letta che non sa a chi dare il resto, tirato da tutte le parti, tra Imu e Iva, prigioniero di quell’invalicabile 3%, nell’appalesarsi quale “riformista che non c’è” cede al cinismo:

  • il governo è convinto e non a torto che, in sanità vi siano tante risorse sprecate

  • però non si fida delle Regioni che dovrebbero moralizzare il sistema perché parte in causa e perché hanno dimostrato di non essere in grado di cambiare

  • pur sapendo che ci vogliono profondi cambiamenti riformatori, il governo anziché riformare controriforma cioè taglia sui diritti, sulle tutele, sulla natura pubblica del sistema.

Ecco chi è “il riformista che non c’è”, ecco qui un bel nemico da combattere politicamente e democraticamente, senza esitazioni. Ecco perché serve una contro prospettiva e una contro proposta. Ecco perché si scrivono libri dallo strano titolo “il riformista che non c’è” nella speranza di creare un movimento di opinione, una massa critica di dissenso, ma anche una nuova e diversa progettualità.

Il governo Letta vuole farci credere che le sue non sono incapacità politiche riconducibili ad un non pensiero, ad una non strategia ma condizioni oggettive in ragione delle quali non esistono altre strade per governare la sanità se non quelle descritte nella nota. Questo è falso. Il problema della sanità è “il riformista che non c’è”.