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“Per i big petroliferi 7,5 miliardi di extraprofitti in Ue dopo la guerra in Iran”. Ma trasformare le stime in cifre da tassare è un rebus. Ecco perché

Il governo Meloni spera che si arrivi a definire un quadro comune Ue per colpire i profitti straordinari delle compagnie. Ma tra definizione della base imponibile, precedenti andati male (con Draghi) e nodo dell’unanimità sulle misure fiscali la strada resta in salita. E la maggioranza litiga
“Per i big petroliferi 7,5 miliardi di extraprofitti in Ue dopo la guerra in Iran”. Ma trasformare le stime in cifre da tassare è un rebus. Ecco perché
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Per Antonio Tajani, al solito, “sa di Urss”. Di sicuro, come dimostrano i precedenti, non è semplice da attuare. Ma, con le casse pubbliche vuote e le tasche degli automobilisti messe a dura prova dall’impennata dei carburanti mentre le otto maggiori compagnie petrolifere quotate solo tra aprile e giugno hanno fatto utili per quasi 93 miliardi di dollari, l’idea di tassarne gli “extraprofitti” è tornata al centro del dibattito. Il governo Meloni, impegnato a raschiare il fondo del barile per finanziare una nuova proroga dello sconto sulle accise che salvi il controesodo degli italiani, nei giorni scorsi ha sondato insieme a cinque altri Paesi Ue la possibilità di agire in maniera coordinata, ottenendo dalla Commissione solo l’ovvio – “gli Stati membri che possono agire sulla base della legislazione nazionale” – e dalla presidenza di turno del Consiglio, a cui era rivolta la richiesta, una generica disponibilità a discutere “il modo più appropriato per dare seguito alle questioni sollevate”. Al netto del paradosso per cui si valuta un balzello a carico delle stesse aziende che da mesi vengono sovvenzionate attraverso i sostegni all’acquisto, gli ostacoli sono numerosi.

Il primo, e da questo punto di vista l’obiezione del leader forzista non è peregrina, a ha che fare con la definizione stessa di extraprofitti. Un conto è aver fatto più utili anche grazie alla salita dei prezzi del petrolio seguita alla guerra in Iran, e su questo non ci sono dubbi: nel secondo trimestre 2026 le otto big di cui sopra, cioè Aramco, BP, Shell, Equinor, TotalEnergies, Eni, Chevron e ExxonMobil, li hanno visti aumentare dell’86% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Altra cosa è riuscire a dimostrare che l’aumento sia tutto imputabile a una “rendita straordinaria” legata allo choc dei prezzi e non a investimenti, maggiori volumi di produzione, strategie industriali, normali cicli del settore. La ong Transport & Environment ha provato a dare un ordine di grandezza definendo l’utile in eccesso come la variazione anno su anno dell’utile netto rettificato (al netto dei guadagni contabili legati alla rivalutazione delle scorte di greggio in raffinazione, che altrimenti gonfierebbero artificialmente il confronto) tra i “trimestri di guerra” del 2026 e lo stesso periodo del 2025. Considerando solo i big europei – le britanniche Shell e BP, la francese TotalEnergies, l’italiana Eni, la polacca Orlen, le spagnole Repsol e Moeve e l’austriaca Omv – nei primi sei mesi dell’anno gli extraprofitti generati all’interno dell’Ue ammonterebbero a 7,5 miliardi di euro (17,9 a livello globale), di cui 551 milioni per Eni.

Tradurre una quantificazione di massima in una norma di legge in grado di reggere l’urto di eventuali ricorsi è però un’operazione ad alto rischio. Lo dimostra il precedente italiano più vicino, quello del governo Draghi. Che nel marzo 2022, a fronte dell’impennata dei prezzi dell’energia seguita all’invasione russa dell’Ucraina, ha introdotto un contributo straordinario a carico delle imprese energetiche che avevano beneficiato della crisi con l’obiettivo di incassare fino a 4 miliardi da destinare agli interventi contro il caro bollette. L’aliquota del 10% veniva applicata non su una parte degli utili, bensì sul maggior valore aggiunto (imponibile Iva) realizzato tra ottobre 2021 e marzo 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a condizione che l’aumento fosse superiore al 10% e oltre la soglia dei 5 milioni di euro. Poi il balzello è stato portato al 25% con l’ambizione di raccogliere ben 11 miliardi. Ma la base imponibile traballante ha aperto la strada a diversi ricorsi e il gettito si è fermato a meno di 3 miliardi: un cocente flop.

Nell’autunno di quell’anno si è mossa anche la Ue: il Consiglio, su proposta della Commissione, ha adottato un regolamento battezzato “intervento di emergenza contro i prezzi elevati dell’energia” facendo ricorso all’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, che in caso di “gravi difficoltà nell’approvvigionamento di determinati prodotti” consente di approvare misure straordinarie a maggioranza qualificata, senza l’unanimità solitamente necessaria in materia fiscale. Lì si prevedeva anche un contributo di solidarietà temporaneo sui settori fossili (petrolio, gas, carbone e raffinazione) con un’aliquota minima del 33% sulla quota di utili superiore del 20% alla media del quadriennio 2018-2021. Quella formula sarebbe semplice da replicare, ma Bruxelles non ritiene che al momento i 27 vivano una crisi paragonabile a quella seguita al taglio delle forniture russe, quando i prezzi del gas erano arrivati oltre i 300 euro al megawattora. E infatti, nella comunicazione AccelerateEu del 22 aprile sulle misure contro il caro energia, non ha previsto un’imposta comune a livello europeo ma si è limitata a ricordare che ogni Paese può provvedere da solo.

Per questo il governo italiano ha cercato la sponda di altri Paesi nella speranza di arrivare a un “quadro comune” di tassazione ad hoc delle compagnie petrolifere. Ma, appunto, in tempi normali per armonizzare le imposte nell’Ue serve l’accordo di tutti gli Stati membri. Sul tavolo restano quindi due possibilità. Da un lato adottare una misura solo italiana, che però – lamenta Chigi – creerebbe una discriminazione a danno delle imprese italiane danneggiando la competitività nazionale, dall’altro puntare tutto su una difficile trattativa per mettere d’accordo tutti e arrivare a un intervento coordinato, da concretizzare all’Ecofin informale del 18-19 settembre a Dublino. La prima strada pare impervia visto che la maggioranza è spaccata, con Forza Italia convinta che “gli extraprofitti non esistono” e la Lega che accusa Tajani di “nervosismi politici”. E anche sulle chance di un accordo a 27 lo scetticismo è giustificato.

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