Condannato all’ergastolo. Dopo la lettura della sentenza Bo Xilai è esploso gridando: “Ingiusto! Sleale! Il verdetto non si basa sui fatti reali. La corte non ha ascoltato le prove a mio discarico”. Sicuramente l’ex capo del partito comunista nella megalopoli cinese di Chongqing ricorrerà in appello, anche se sono in molti ad essere convinti che non servirà a nulla. Diversi osservatori hanno infatti notato come potrebbe essere proprio l’atteggiamento combattivo, con cui si è difeso durante tutto il processo, a far propendere la corte per l’ergastolo, una pena molto più pesante dei 15-20 anni pronosticati. D’altronde l’opinione pubblica si era già trovata di fronte a prese di posizione come quella della versione online del Quotidiano del popolo, che a processo ancora aperto titolava: “I Pm: l’imputato si dichiara non colpevole quindi dovrà essere punito severamente”.

Ieri sono state infine rese note le accuse per cui Bo è stato riconosciuto colpevole: corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere. “Il verdetto ha sancito che Bo ha preso tangenti per 3,34 milioni dollari personalmente o tramite la moglie Gu Kailai e il figlio Bo Guagua nel periodo 1999-2012”, scrive il China Daily, quotidiano in lingua inglese molto vicino alle posizioni ufficiali del Partito.

E ancora si elencano corrotti e corruttori fino alla condanna per abuso di potere per aver rimosso Wang Lijun, allora capo della polizia della megalopoli che Bo Xilai amministrava. Una decisione infelice, se si pensa che proprio dalla fuga di Wang Lijun al Consolato americano ha avuto origine lo scandalo politico e finanziario che ha portato la promessa politica della nuova Cina a precipitare in una condanna di carcere a vita.

L’ergastolo potrebbe ridursi a vent’anni in caso di buona condotta. L’eventuale scarcerazione avverrebbe nel 2033, anno in cui l’ex leader di Chongqing avrà già 84 anni e la cosiddetta quinta generazione di leader, quella attualmente al governo, avrà passato il testimone alla sesta. Secondo moltissimi analisti politici, la dura sentenza andrebbe letta proprio nel senso di volersi liberare di uno scomodo avversario da parte dell’attuale presidenza. Ad avvalorare la tesi ci sarebbe uno dei due documenti scritti da “qualcuno presente in aula” e ottenuti in esclusiva dal New York Times, in cui pare che Bo abbia fatto mettere agli atti che avrebbe eseguito gli ordini di un’importante agenzia di Stato quando ha tentato di insabbiare la fuga al consolato americano del suo braccio destro Wang Lijun.

L’agenzia in questione sarebbe la Central Politics and Law Commission, allora diretta da Zhou Yongkang numero 9 della scorsa legislatura e importante sostenitore di Bo Xilai, a sua volta sostenuto dall’ultimo grande vecchio della politica cinese Jiang Zemin. Attorno all’ex membro del Comitato permanente intanto sono già cominciate a cadere le teste. Nell’ultimo mese tutti i sodali di Zhou che ricoprivano posizioni importanti delle grandi imprese di stato e, soprattutto, in PetroChina sono stati messi sotto inchiesta. Secondo il Financial Times il prossimo obiettivo della lotta alla corruzione guidata da Xi Jinping sarebbe suo figlio Zhou Bin che, sempre secondo il quotidiano britannico, sarebbe già scappato negli Usa. La lotta politica è appena cominciata.

di Cecilia Attanasio Ghezzi