La notizia della settimana, in Cina, è avvolta nel mistero. Ma c’è, e diventa più grande ogni minuto che passa.

Mercoledì mattina, sul web cinese, si spargono voci non confermate secondo le quali, Wang Lijun l’ex capo della polizia di Chongqing, si sarebbe rifugiato nel consolato americano della città di Chengdu.

I rumor prendono subito piede per l’importanza politica che rivestirebbe la notizia. Il signor Wang è celebre in tutto il Paese per le campagne contro le mafie e la corruzione che hanno lanciato il segretario del Partito di Chongqing, Bo Xilai. Quello famoso per aver rispolverato la retorica maoista inondando i suoi concittadini di sms “rivoluzionari” e canzoncine “rosse” e per essere uno dei candidati a entrare nella Commissione permanente del Comitato centrale del Politburo (ne cambieranno sei su nove il prossimo ottobre). Insomma, la notizia sarebbe una bomba. Se confermata.

Su Weibo, il twitter cinese, gli utenti si accontentano di una conferma indiretta riportando strani movimenti di macchine governative attorno al consolato Usa di Chengdu. Sarà vero? Ci domandavamo tutti. Gli organi governativi cinesi e americani non rilasciano alcuna dichiarazione ufficiale sulla vicenda.

La prima conferma arriva sempre dai microblog. L’ufficio informazioni di Chongqing posta un messaggio: “Il vice sindaco Wang Lijun è stressato e cagionevole di salute a causa di un lungo sovraccarico di lavoro. Ha accettato una vacanza terapeutica”.

Linguaggio vetero comunista, che ricorda le epurazioni ai vertici dei tempi andati. La rete non perdona.

Nelle prime due ore il messaggio viene riproposto 44mila volte e suscita oltre 14mila commenti. Neanche a dirlo “vacanzaterapeutica” è diventato l’hashtag del giorno. Improvvisamente su Twitter e Weibo nessuno ha più voglia di lavorare, e spopola l’idea di curarsi attraverso una “vacanzaterapeutica”. Qualcuno propone anche le autorità di Chongqing al Nobel per la medicina: la “vacanzaterapeutica” è veramente la cura del secolo.

Come al solito intervengono anche le personalità più in voga, a dare spessore alla notizia. Nel pomeriggio di giovedì l’artista Ai Weiwei su Twitter riferisce di aver saputo da fonti attendibili che Wang Lijun avrebbe richiesto asilo politico agli americani già qualche tempo fa.

Han Han scrive un post (già cancellato dalle autorità) intitolato Telenovela americana a Chongqing raccontando la sua notte passata ad aggiornare l’homepage del Quotidiano del popolo in attesa che venisse data la notizia, e sul blog della più importante sessuologa cinese Li Yinhe compare una lettera aperta di Wang Lijun datata il 3 febbraio (anche questa pagina è scomparsa ma è possibile visionare la traduzione inglese dell’ottima Danwei).

Di certo non è possibile verificare l’autenticità del documento, ma la lettera è d’effetto e inizia così: “Quando leggerete questa lettera sarò morto o avrò perso la mia libertà. Voglio spiegare al mondo le ragioni del mio gesto. In sintesi. Non voglio vedere il più grande ipocrita di tutto il Partito Bo Xilai continuare ad atteggiarsi. Se questo genere di funzionari diabolici governano uno stato, è una calamità per la Cina, un disastro per la nostra nazione“.

Finalmente nel tardo pomeriggio di ieri arriva la conferma di Xinhua, l’agenzia di stampa governativa: “Wang Lijun ha fatto ingresso nel consolato americano di Chengdu il 6 febbraio scorso e ha abbandonato la sede diplomatica il giorno dopo. Le autorità stanno continuando le indagini”. Sono passati tre giorni.

Stamane la notizia era riportata solo da 37 giornali sulle migliaia pubblicate in Cina e il lavoro del Dipartimento centrale della Propaganda è evidente: le informazioni sono solo quelle contenute nel comunicato di Xinhua. Ma non è ancora chiaro il fine ultimo dell’intera vicenda.

Su Weibo adesso, le ricerche su Bo Xilai sono bloccate, non quelle su Wang Lijun. Della persona fisica del funzionario, nessuna immagine. Pare sia sotto la “custodia” delle autorità, cinesi.