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Trump annuncia il ‘D-Day economico’ contro l’Iran: che noia la politica delle minacce verbali senza un seguito

"Il vero prezzo dell'iperbole permanente non è politico, è cognitivo: quando ogni giorno è il giorno decisivo, nessun giorno lo è più"
Trump annuncia il ‘D-Day economico’ contro l’Iran: che noia la politica delle minacce verbali senza un seguito
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Mercoledì notte, Donald Trump ha annunciato in un post su Truth Social che stava lanciando “l’operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese”, una sorta di “D-Day economico” contro l’Iran. Qualche anno fa, una frase simile avrebbe fatto sobbalzare le cancellerie di mezzo mondo ed impennare i mercati. Oggi invece ha prodotto qualche alzata di spalle, alcuni titoli di giornale l’hanno riportata con il consueto rincaro del Brent, salito sopra i 94 dollari al barile.

Che noia, viene da dire, la politica della minaccia verbale, a cui non fa mai seguito nulla. È evidente perché. Le guerre vere non si annunciano sui social, si finanziano in silenzio. Le sanzioni che mordono non vengono precedute da un tweet, arrivano attraverso circolari del Tesoro, liste tecniche, meccanismi di clearing bancario che strangolano senza clamore, e arrivano all’improvviso. Se si possiedono davvero gli strumenti per infliggere dolore economico a che serve twittarlo in anticipo?

La verità è che Donald Trump non li ha questi strumenti perché il mondo in cui viviamo è multipolare, ben diverso da quello della guerra fredda. Ciò che stanca la gente non è l’aggressività del linguaggio — quella almeno avrebbe una sua coerenza brutale — ma la sistematica sproporzione tra il volume degli annunci e la portata dell’azione.

Negli ultimi due anni l’attivismo verbale di questa presidenza è stato inversamente proporzionale ai suoi risultati. Le grida sui dazi che avrebbero riportato in America le fabbriche, gli ultimatum sulle guerre da chiudere “in ventiquattr’ore”, i negoziati annunciati come storici e poi evaporati, la lista delle dichiarazioni sfociate nel nulla è lunga.

Il problema di una politica costruita sulla minaccia è che la minaccia è una valuta. E come ogni valuta, si svaluta se la si stampa senza copertura. A furia di annunciare il colpo definitivo che non arriva mai, Trump ha inflazionato la propria capacità di deterrenza. Teheran lo ha capito prima di tutti. Il ministro degli Esteri Araghchi ha liquidato il “D-Day economico” come “un diversivo dalla vera crisi americana: il debito senza precedenti e l’impennata degli interessi”. È propaganda, certo. Ma è propaganda che coglie una verità scomoda: chi minaccia da debitore ha un’arma spuntata in mano.

C’è poi un errore di calcolo che si ripete con la puntualità di un rito. La Repubblica islamica convive con la pressione economica dal 2011, ha attraversato la “massima pressione” del primo mandato Trump e ne è uscita più incattivita che piegata. Un sistema che ha costruito la propria identità sulla resistenza non capitola davanti a un post notturno; casomai ci prospera, perché ogni giro di vite esterno legittima la narrazione interna dell’assedio.

Come nota Sanam Vakil di Chatham House, Trump sottovaluta ancora una volta la determinazione di una leadership che considera la resistenza — e non la resa — l’unica via alla sopravvivenza. L’economia dell’embargo genera sempre la propria contro-economia: mercati paralleli, case di cambio, registri navali di comodo, navi che spengono i transponder e continuano a muoversi. Le stesse cose che Trump ordina di fermare esistono proprio perché le sanzioni le hanno create. Si minaccia di abbattere l’ecosistema che le proprie politiche hanno fatto nascere.

E la guerra? Non era una sorpresa per nessuno che leggesse la mappa invece dei comunicati. Dopo Gaza, dopo la dissoluzione di ogni argine regionale, il confronto diretto con Teheran era scritto nella logica degli eventi come un teorema. Lo Stretto di Hormuz — venti milioni di barili al giorno prima della guerra, oggi ridotti a una frazione incerta, forse quattro o sei milioni, nessuno lo sa davvero perché le petroliere viaggiano invisibili — è diventato il campo di battaglia più prevedibile del pianeta. Sauditi ed emiratini dirottano il greggio sugli oleodotti per aggirarlo, gli Emirati sospendono i commerci con Teheran dopo mesi in cui ne erano l’hub vitale. Tutto scritto, tutto annunciato, tutto rinviato fino al momento in cui non è più rinviabile.

Resta la stanchezza. Non quella dei mercati, che al rumore si sono ormai assuefatti, ma quella dello spettatore. Perché il vero prezzo dell’iperbole permanente non è politico, è cognitivo: quando ogni giorno è il giorno decisivo, nessun giorno lo è più.

Trump ha trasformato la superpotenza in un generatore di allarmi che nessuno sente più suonare. E la notizia più significativa di questa settimana non è il “D-Day economico”. È che, alla soglia del sesto mese di guerra e dell’ennesima minaccia, ci si accorge che da tempo il mondo ha smesso di trattenere il fiato.

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