Neanche il tempo di pubblicarle, che le nuove stime del governo sul Pil ricevono una prima “bocciatura” dal Fondo Monetario Internazionale. E’ quanto emerge da un confronto tra l’ultimo aggiornamento al Def e le previsioni dell’Fmi contenute  nella bozza del World Economic Outlook (Weo), che taglia le stime per l’economia mondiale e fotografa un’Italia ancora in recessione nel 2013 che vedrà la ripresa solo il prossimo anno con indicatori peggiori di quelli previsti dall’esecutivo.

In dettaglio l’analisi del Fondo rileva come l’attività delle economie avanzate stia iniziando a risollevarsi. Per contro, quelli che recentemente erano gli unici propulsori dell’economia mondiale, ovvero la Cina e molti altri Paesi emergenti, si stanno raffreddando. Ma in questa mutata geografia, la crescita economica mondiale resta comunque debole e all’orizzonte si profilano nuovi e molto rilevanti rischi di piombare in scenari peggiori.

In sostanza, con il rallentamento del motore di Cina, India o Russia, i pesi sembrano ribilanciarsi un pò e l’asse della ripresa spostarsi leggermente a favore delle economie più avanzate e in particolare degli Stati Uniti. Ma proprio dagli Usa arriva il primo rischio per la ripresa, visto che i mercati guardano con ansia alle evoluzioni della politica monetaria americana, convinti che sia giunta a un punto di svolta. E attendono con preoccupazione gli effetti che l’inevitabile stretta comporterà per il resto del mondo.

Oltre ad un grosso problema di disoccupazione, “inaccettabilmente elevata”, indicato dal Fondo soprattutto per le economie avanzate, e al profilarsi di nuovi “rischi geopolitici“, c’è poi l’incognita Eurolandia dove il sistema finanziario è tuttora molto frammentato, una vera unione monetaria e bancaria stenta a partire e vanno completate le riforme strutturali. In questo caso, secondo il Fmi, siamo di fronte a un “elevato rischio di stagnazione”.

Fatte queste considerazioni, nell’ultima bozza del Weo gli economisti del Fondo hanno provveduto a ritoccare le proprie stime di crescita. In particolare la ripresa mondiale quest’anno si fermerà al 2,9%, ovvero 0,3 punti percentuali in meno rispetto alle previsioni di luglio, mentre quella del 2014 salirà al 3,6% (-0,2). Un leggero ritocco all’ingiù è stato previsto anche per gli Usa, con un +1,6% di Pil per quest’anno (-0,1 punti rispetto alle stime di luglio) e un +2,6% per il prossimo (-0,2 punti).

Più consistente il ridimensionamento per il blocco dei Paesi emergenti e quelli in via di sviluppo: il pil 2013 crescerà del 4,6%, ovvero 0,5 punti percentuali in meno rispetto alle precedenti attese e quello del 2014 del 5,1% (-0,3). La Cina, in particolare, crescerà quest’anno del 6,3% (-0,6 punti) e del 6,5% il prossimo (-0,5) e per l’India è atteso un +3,8% (-1,8 punti) e un +5,1% (-1,1).

Nessuna revisione al momento, invece, per l’area euro nel suo complesso (-0,6% nel 2013, +0,9% nel 2014). Anche le prospettive dell’Italia restano ferme ad un calo del Pil dell’1,8% quest’anno, con un ritorno ad una crescita dello 0,7% il prossimo. Dati peggiori di quelli previsti dal Tesoro italiano che nella nota di aggiornamento al Def ha appena rivisto le stime sul prodotto interno lordo per il 2013 a -1,7% da -1,3% e per il 2014 si attende una crescita dell’1 per cento. Non solo. In base alle analisi dell’Fmi, tra i grandi partner di Eurolandia la recessione italiana quest’anno sarà peggiore sia di quella spagnola (-1,6%) sia di quella francese (-0,2%). La Germania riscontrerà invece una lievissima crescita, pari allo 0,2 per cento.

E mentre l’inflazione continua ad essere sotto controllo, per l’Italia, come per gli altri paesi europei, cattive notizie arrivano invece dal fronte dei senza lavoro. Da noi il tasso di disoccupazione salirà quest’anno al 12,6% per poi ridursi un minimo, al 12,4% nel 2014. A livello di area euro nel suo complesso siamo invece su un 12,4% per entrambi gli anni. Tra le ricette per i policymaker, a quelli di Eurolandia il Fondo chiede di “rafforzare l’unione monetaria, con una forte unione bancaria”, mentre i responsabili di Usa e Giappone dovranno mettere in atto dei forti programmi di aggiustamento di bilancio nel medio periodo.