Il rapporto deficit/Pil è oltre il 3 per cento, ma la colpa non è certo del governo. E’ ciò che dice il presidente del Consiglio Enrico Letta che spiega l’impossibilità di rientrare entro il limite fissato dall’Unione Europea con “l’interruzione della discesa dei tassi” e “la ripresa dell’instabilità politica” che “pesa sui conti”: “Oggi – chiarisce – non siamo in grado di scrivere 3% e questo è figlio del fatto che i primi mesi di vita del governo hanno avuto una stabilità che non ha avuto seguito nelle altre settimane”.

D’altra parte resta il fiato sul collo dell’Unione Europea: “Un impegno senza ambiguità per conti pubblici sani – dice il portavoce del commissario agli affari economici Olli Rehn – è fondamentale per ricostruire la fiducia dei mercati nell’Italia e per gettare le basi per una ripresa sostenibile”. E il suo portavoce aggiunge: “Aspettiamo di vedere i dettagli delle misure che andranno prese chiaramente nelle prossime settimane in modo tempestivo, siamo già a fine settembre”.

Letta ha comunque confermato “l’impegno a stare sotto il 3% alla fine dell’anno”. Un obiettivo che è “alla portata” e che “non necessiterà di interventi particolarmente rilevanti”. A proposito della nota d’aggiornamento del Documento di economia e finanza, peraltro, il capo del governo ha spiegato che “dentro c’è anche l’impegno, confermato, a mantenere tutti i commitment (impegni, ndr) presi con Bruxelles”. Nella nota di aggiornamento, aggiunge il presidente del Consiglio, “emerge un quadro che vogliamo indicare come un quadro positivo per il futuro: ci sono elementi che ci consentono l’anno prossimo di avere stabilmente il segno più per la crescita e di avere a fine anno segnali già positivi”. Nel frattempo “è alla nostra portata convincere i mercati e i nostri partner a darci fiducia e far calare tassi interesse”. Un concetto – quello della stabilità – che Letta ribadisce a più riprese: i percorsi contenuto nel Def sono “ambiziosi ma raggiungibili, a patto che ci sia la volontà e la stabilità politica. La volontà nostra c’è, è piena e totale e lo si è visto anche nel consiglio dei ministri di oggi dove c’è stata una partecipazione corale e un impegno che mi conforta”. Il pareggio di bilancio, invece, potrebbe essere raggiunto “a partire dal 2015”. Il risultato viene raggiunto con il deficit netto strutturale, che tiene conto dell’andamento dell’economia. Il governo nel Def prevede un deficit netto strutturale allo 0,4% quest’anno e allo 0,3% nel 2014, prima di scendere allo zero. Ma anche il 2013 e il 2014, in base ai criteri europei per il pareggio di bilancio, sono considerati un close to balance perché interni ad una flessibilità dello 0,5%.

Il prodotto interno lordo per il 2013 è stimato dal ministero in riduzione dell’1,7% rispetto al 2012 (-1,3% la stima precedente ndr), si legge nella nota di aggiornamento al Def, che ha ricevuto il via libera dal Consiglio dei ministri. “Tenuto conto delle riforme adottate in passato e delle recenti iniziative tese a supportare la ripresa – si legge in un comunicato stampa del Governo – per il 2014 e il 2015 viene prefigurata una crescita pari rispettivamente all’1% e all’1,5 per cento”.

Dalle tabelle contenute nel Def relative al 2015-17 risulta che nel 2014 saranno utilizzati 3,2 miliardi di maggiore spesa per finanziare, tra l’altro, cassa integrazione e missioni di pace. Mentre dal 2015 sono previste manovre per complessivi 20 miliardi in tre anni, da realizzare con la riduzione della spesa pubblica. Il ministero delle Infrastrutture ha fatto inoltre sapere che le esigenze finanziarie necessarie nel triennio 2014-2016 sono più di 11 miliardi di euro in tre anni per realizzare cinque priorità funzionali, tra cui rientrano tra l’altro interventi per le reti stradali e ferroviarie, Tav, Mose, completamento Salerno-Reggio Calabria.

Nessuna risposta sulle questioni più complicate, peraltro, proprio dal punto di vista dell’instabilità politica, originata certamente non solo per il riverbero delle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi, ma anche per il confronto serratissimo tra Pd e Pdl sul nodo dell’aumento Iva. “Affronteremo e discuteremo di tutte le questioni aperte” a partire da quelle fiscali, come l’Iva, sostiene il presidente del Consiglio: “Ne discuteremo con la nostra modalità, attenti alle cose concrete, alle cifre, ai dati”.

Letta ha fornito anche alcuni dati, rivendicando l’impegno dell’esecutivo: Dodici miliardi di interventi nel triennio che sono serviti e servono per rilanciare l’economia e far sì che il nostro Paese possa avere il segno più davanti agli indicatori giusti, vale a dire la crescita”. Una replica, sottolinea, a “chi dice che non é stato fatto nulla”. Accanto a questo il capo del governo ricorda “un intervento molto significativo” sulla spesa pubblica: “Nel 2013 – dice – abbiamo fatto 1,7 miliardi di tagli alla spesa pubblica. E’ una scelta significativa, importante”. Inoltre, secondo il presidente del Consiglio, gli incentivi in campo edilizio,quelli per il lavoro dei giovani e l’accelerazione sul pagamento dei debiti della Pa “daranno i loro effetti alla fine dell’anno e questo mi porta a pensare che il dato, moderatamente ottimista contenuto nel Def” sul Pil all’1% nel 2013 “sia effettivamente a portata di mano”.

Previsioni colorate di rosa alle quali si aggiungono quelle del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni: è possibile prevedere – sostiene – “la ripresa dell’economia” già a partire dal “quarto trimestre” del 2013 “che sarà positivo”. “Prevediamo per il 2014 – conclude – un tasso di crescita, grazie all’impatto positivo delle riforme, dell’1%: non è una valutazione euforistica o trionfalistica, ma realistica”.

Pronti-via e il presidente del Consiglio prende subito gli scappellotti del Pdl. “Sostenere che il superamento del 3 per cento nel rapporto deficit/pil sia la conseguenza dell’instabilità politica non fa onore a Enrico Letta – interviene il coordinatore Sandro Bondi – Il superamento del 3 per cento era ampiamente prevedibile a causa della recessione che quest’anno si attesta a meno 1,7 mentre le previsioni ottimistiche per l’anno venturo sono semplici vaticinii”. Il capogruppo a Montecitorio, Renato Brunetta, fa meglio: “L’Europa non c’entra. L’Imu sulla prima casa e i terreni agricoli non sarà pagata per tutto il 2013 e l’Iva, l’aumento dell’Iva di un punto, non scatterà ad ottobre. Questi erano e sono gli impegni di governo e così sarà”.