La vicenda Monte dei Paschi ha preso una piega inaspettata e un po’ umiliante per l’Italia, oltre che pericolosa per gli azionisti e i creditori della banca senese. Nel gennaio del 2013, il governo italiano concede a Mps un prestito sotto forma dei cosiddetti Monti bond, con scadenza giugno 2015: 3, 9 miliardi prestati dal ministero del Tesoro che prevedono interessi onerosi (9 per cento annuo). La Commissione europea e la Bce non sono entusiasti di come vengono costruiti questi bond, a Bruxelles e Francoforte sono perplessi dal fatto che alla scadenza Mps possa rimborsarli anche emettendo nuovo debito (facendosi prestare dai privati ciò che deve ridare allo Stato). Ma comunque l’operazione parte.

Nei giorni scorsi succede una cosa strana: il commissario europeo Joaquin Almunia, incaricato di vigilare sugli aiuti di Stato, arriva al convegno di Cernobbio e, tra una chiacchiera e l’altra, concorda con il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni la marcia indietro totale. Mps deve riscrivere il piano di rilancio, fare nel 2014 un aumento da 2, 5 miliardi di euro (e dove li trova?) per restituire in anticipo i Monti bond. E tutto questo senza che sia stata aperta una procedura d’infrazione per aiuti di Stato. Un accordo quasi informale che avrà conseguenze pesanti, come dimostra il crollo del titolo in Borsa (ieri ha perso il 4, 5 per cento).

Cosa è cambiato? In Europa si discute di Unione bancaria, la Germania (dopo aver salvato le sue banche con soldi pubblici), ha imposto il modello Cipro: quando una banca è in crisi, prima pagano gli azionisti, poi i creditori, alla fine anche i depositanti tranne quelli sotto la soglia dei 100 mila euro. Un approccio diverso da quello seguito dall’Italia nel caso Mps un anno fa. Le nuove regole dell’unione bancaria scatteranno dal 2018, ma all’Italia viene chiesto di adeguarsi subito.

Ieri il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha ricordato che i bilanci delle banche italiane sono molto più trasparenti di quelli delle omologhe straniere, che “se gli istituti italiani usassero i criteri contabili di concorrenti stranieri la loro quota di sofferenze sarebbe ridotta di un terzo”. Tradotto: all’estero c’è qualcuno (in primis la Germania) che fa il furbo, che chiede a noi un rigore che non applica in casa sua. Che ci impone di far precipitare la crisi del Monte dei Paschi, già grave, verso una nazionalizzazione o più probabilmente una svendita a qualche gruppo straniero, magari basato in uno dei Paesi così severi con noi. Ma Enrico Letta e Saccomanni non erano autorevoli e ascoltati in Europa? Sul credito è in corso una guerra continentale. E l’Italia la sta perdendo senza combattere. 

Twitter @ stefanofeltri

Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2013