I notai milanesi lavorano la domenica sera. Questo potrebbe essere il titolo dell’ultimo capitolo del thriller calcistico dell’estate, che negli ultimi giorni ha subito un’accelerata decisiva. Il famigerato closing, la firma per il passaggio di consegne dell’Inter dalla famiglia Moratti al tycoon indonesiano Erik Thohir sarebbe infatti prevista domenica sera a Milano. Nello studio notarile di Giuseppe Calafiori o, più probabilmente, in quello di Lodovico Barassi, storico notaio della società nerazzurra.Scartato all’ultimo momento lo studio londinese di Cleary Gottliebche ha seguito la cessione di parte del polo petrolchimico Saras dai Moratti alla compagnia russa Rosneft, e che lavora a stretto contatto con gli avvocati di Inner Circle che seguono la trattativa per conto degli indonesiani – da Giacarta fanno sapere che nel fine settimana Thohir sarà a Milano per chiudere: 300 milioni per il 75% della società nerazzurra.

Mentre in molti attribuiscono l’accelerazione al fatto che sarebbero arrivate sul tavolo di Moratti le garanzie bancarie di Thohir, a uno sguardo più distaccato può sembrare strano che sotto esame sia messo il figlio di un self made man che, partito dalla vendita di succhi di frutta ha creato un impero nel settore automobilistico (Astra International) fattura una decina di miliardi l’anno. Lo stesso Erick Thohir, 43 anni, oltre a dilettarsi con quote nelle franchigie americane dei Philadelphia 76ers (basket) e dei Washington DC United (calcio), possiede un impero di media tra quotidiani e riviste (Republika, Harian Sin Chew Indonesia, Parents Indonesia, Golf Digest e A+), radio (Gen 98.7 FM, Prambors FM, Delta FM, e FeMale), televisioni (JakTV) e i diritti televisivi dei maggiori eventi sportivi in un paese come l’Indonesia, che con 240 milioni di abitanti è il quarto stato più popoloso al mondo. Più probabile quindi che le garanzie sullo stato di salute della società nerazzurra le abbia finalmente ottenute proprio Thohir.

Così in queste settimane, a corollario di una lunga trattativa che è diventata di pubblico dominio solo pochi mesi fa, quando Moratti ha fatto filtrare le prime indiscrezioni a mezzo stampa, sembrano essere stati definiti gli ultimi dettagli: l’opzione per Thohir di acquisire il restante 25% della società a un prezzo stabilito entro i prossimi due anni, l’accollo all’indonesiano dei debiti pregressi della società nerazzurra, a esclusione di quelli relativi alla stagione 2012-13, e infine un lauto premio di maggioranza per l’attuale presidente. Dopo 18 anni alla guida di una società che dal 1955 al 1968 è stata del padre Angelo, segnando un’indimenticabile abbinamento nella storia del capitalismo famigliare italiano, pari solo a quella tra gli Agnelli e la Juventus, l’ultima clausola voluta da Massimo Moratti è stata l’assicurazione di un posto di rappresentanza in società per il figlio Angelomario, 37 anni, il più vicino alla squadra e dal 2010 uno dei vicepresidenti del club nerazzurro.

Angelomario dovrebbe infatti restare in un board interista destinato altrimenti a essere rivoluzionato. Insieme a Thohir dovrebbe entrare il suo fidato socio Jason Levin: un ex procuratore della NBA che ha scalato il basket americano fino a diventare lo scorso anno Ceo dei Memphis Grizzlies. E’ stato proprio Levin a condurre in America le trattative per l’acquisto da parte di Thohir delle quote della squadra di basket dei Philadelphia 76ers, e insieme gestiscono la squadra di calcio Dc United di Washington dove costruiranno anche un nuovo stadio. Detto di un ruolo rappresentativo per il figlio di Moratti, e all’inizio anche per l’attuale presidente, dovrebbero saltare gli attuali dirigenti Branca e Ausilio. Resta di sicuro il dg Fassone, strappato alla Juve per il progetto stadio, e si vocifera del ritorno di Leonardo, che si è appena dimesso dal Paris Saint-Germain. Se non lui, un dirigente esperto e di fiducia di Thohir. Meno emozionanti per i tifosi i movimenti di mercato. L’acquisto di cartello potrebbe essere il belga Nainggolan: ottimo giocatore ma non certo una stella di grandezza mondiale. E qui ci si potrebbe chiedere perché, in un’epoca di sceicchi spendaccioni, le proprietà straniere di Roma e (in pectore) Inter siano invece così attente al portafoglio

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