C’è una realtà letteralmente sommersa che pare non riguardarci.

Quando si parla di pesci come di fauna di serie B non siamo tanto lontani dal vero. Anche le stesse associazioni animaliste si stracciano le vesti di fronte agli allevamenti dei cosiddetti “animali da reddito” (la sola parola mi fa rabbrividire) e nulla dicono degli allevamenti di pesci, in gabbie in mare od in vasche in terra, o di crostacei o molluschi. Eppure spesso le condizioni sono addirittura peggiori di quelle di mucche, maiali o galline. Ma vivono sott’acqua, sono muti, paiono tanto lontani, un altro mondo. Sembrano non riguardarci…

Eppure pensiamo ai salmoni, che vengono privati del loro naturale istinto di riprodursi risalendo i fiumi, ristretti in recinti marini, allevati con alimenti e coloranti chimici (carotenoidi, guarda caso…) per dargli quel bel colore rosa/arancione che altrimenti le carni non avrebbero, curati con antibiotici per evitare l’insorgere di malattie, sottoposti a luci artificiali (smoltification) esattamente come le galline per migliorare la produzione. Oppure pensiamo ai gamberi, per il cui allevamento vengono distrutte le foreste di mangrovie, anch’essi allevati con antibiotici, e nelle cui carni si ritrovano pesticidi e fertilizzanti.

Senza contare l’assurdità ecologica: si allevano pesci, molluschi e crostacei per far fronte alla diminuzione degli stock ittici, ma sono necessari 2.5 chili di pesce oceanico per produrre solo mezzo chilo di pesce allevato.

Ma si sa, business is business, e l’acquacoltura è un bel business, non c’è che dire. Quasi metà dei salmoni, il 40% dei molluschi ed il 65% dei pesci di acqua dolce consumati al giorno d’oggi, trascorrono la maggior parte della loro vita in cattività. Nell’Unione Europea il 20% della produzione ittica deriva dagli allevamenti, ma nel resto del mondo la crescita è esponenziale.

Per limitarci al suolo italico, oltre alle cozze, alle vongole veraci (che veraci non sono ma provengono dalle Filippine), pensiamo alle spigole, alle orate, ai saraghi. E che dire delle trote iridee o delle trote fario o dei salmerini, anch’essi allevati in abbondanza per arrivare sulle nostre tavole a prezzi irrisori, quando in natura la trota fario mediterranea è sempre più una rarità?

Potrei scrivere un libro dal titolo “Memorie di un pescatore pentito”. Ebbene sì, da ragazzo avevo proprio l’istinto della pesca, ed andavo a pescare nei torrenti dell’interno ligure. Ho ricordi di lunghe passeggiate anche d’inverno quando la pesca alla trota si apriva ed anche di qualche cattura. Smisi perché non volevo più uccidere, ma anche perché mi accorsi che la nostra trota stava sparendo, sostituita da fario nordamericane ed iridee, pesci allevati, per l’appunto. Oggi, spesso le trote iridee, dopo aver subito un allevamento intensivo, vengono poi immesse in squallidi laghi di cava con acque ferme per finire allamate alla canna di un turista della domenica con prole al seguito. Oppure affamate dal protratto digiuno vengono immesse in acque libere per alimentare gare di pesca. Li chiamano pescatori sportivi. Certo, c’è di che andare fieri del bottino.