Ripristino natura, l’Italia invia a Bruxelles la bozza annacquata di quello che doveva essere il piano originario
Blindata nelle stanze ministeriali per mesi, presentata in ritardo a Bruxelles a fine settembre, ma rimasta ‘secretata’ fino al 7 ottobre. Perché tanto mistero attorno alla bozza del Piano nazionale di Ripristino della natura (Pnr)? Per capirlo basta leggere ciò che rimane degli obiettivi che guidano il Regolamento europeo approvato nonostante il voto contrario dell’Italia. Non resta neppure lo scheletro. Tanto che appare difficile comprendere come le misure sopravvissute potranno bastare da sole a recuperare gli ecosistemi degradati, tutelare e rafforzare la biodiversità e aumentare la resilienza del territorio di fronte anche agli effetti dei cambiamenti climatici. Obiettivi questi del regolamento Ue che, comunque, è già vigente dal 18 agosto 2024 (e non aspetta il Pnr). Ma se da un lato lo svuotamento del piano è nelle corde del Governo Meloni che tanto l’ha ostacolato, non si capisce come l’esecutivo pensa di uscire dal cul-de-sac nel quale si è cacciato, dato che la bozza dovrà essere valutata ora dalla Commissione europea. Nei prossimi sei mesi esaminerà il documento e potrà formulare osservazioni e indicazioni, in vista della definizione della versione finale. Si preannuncia l’ennesimo contrasto con Bruxelles che pone obiettivi e l’Italia che fa un po’ come le pare. L’Italia, però, dovrà arrivare alla versione definitiva entro il 1 settembre 2027. Tra le voci più critiche sulla bozza, quella di Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. “Hanno azzerato articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. Invece di lavorare alla depavimentazione – spiega a ilfattoquotidiano.it – hanno pensato bene di pavimentato il Piano nazionale di ripristino. Anche ciò che resta di quell’articolo è stato indebolito dietro le parole: da ‘devono’ a ‘possono’, da ‘obbligo’ a ‘si auspica’ e così via”.
La bozza sul ripristino nella natura rimasta secreta
La prima criticità ha riguardato l’iter poco trasparente. Il regolamento Ue Nature Restoration Law (2024/1991) imponeva la consegna dei piani entro il 1 settembre. L’Italia ha trasmesso la bozza a Bruxelles con quasi un mese di ritardo (il 25 settembre) ma, fino ai primi giorni di ottobre, il testo inviato a Bruxelles è rimasto di fatto inaccessibile. Sono quattordici le associazioni che hanno espresso forte delusione per il percorso di partecipazione, oltre alla preoccupazione per i contenuti finali del Piano, chiedendo al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica di rendere pubblico il testo definitivo e di dare conto degli esiti della consultazione pubblica aperta il 23 aprile e conclusa il 24 giugno. Tra queste, Legambiente, Slow Food, Wwf Italia, la sezione nazionale della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi, Federazione Nazionale Pro Natura, Fondazione Marevivo, Lav (Lega antivivisezione) e Lipu.
Chi ha affossato il Piano italiano
Ma le quattordici associazioni ambientaliste hanno anche denunciato le pressioni stringenti (Leggi l’approfondimento) da parte dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) e dei costruttori edili (Ance) volte a indebolire e deregolamentare le tutele sugli ecosistemi urbani. Di fatto, l’Associazione nazionale costruttori edili ha elaborato e trasmesso una serie di osservazioni critiche che sono state poi ampiamente condivise e integrate nella proposta di emendamenti presentata ufficialmente dall’Associazione nazionale comuni italiani, che puntava – ed è riuscita nell’intento – a riscrivere la bozza del Pnr, stralciando diverse misure chiave elaborate originariamente dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Il resto lo ha fatto l’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) con i suoi appunti. Uno su tutti: “La prescrizione del Regolamento, che stabilisce che dal settembre 2026 gli Stati membri non debbano ridurre la dotazione di spazi verdi urbani (Ugs) né la copertura arborea urbana (Utc), imponendo ai comuni di dimostrare il saldo rispetto ai livelli del 2024, pone dunque rilevanti problemi applicativi”. Molto diversa la posizione della Siu, la Società italiana degli urbanisti), la principale società scientifica che riunisce i docenti e i ricercatori italiani nel campo della tecnica e della pianificazione urbanistica, di cui Pileri fa parte. E che ha sostenuto fino all’ultimo il piano di ripristino, per come era stato concepito.
Ecosistemi urbani: i Comuni coinvolti
Molto diversa la bozza inviata a Bruxelles. In un articolo su Altraeconomia, Pileri si è soffermato sull’articolo 8 del testo, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. A ilfattoquotidiano.it, Pilieri ricorda che l’applicazione di quell’articolo coinvolge 2.761 enti comunali, che rappresentano circa il 38% del territorio nazionale. “Metà del consumo di suolo registrata nel 2024, e si parla di quattromila ettari, è stata consumata da questi 2.761 Comuni, proprio cancellando aree verdi” aggiunge. Entro il 31 dicembre 2030 non dovrà esserci alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani né della copertura arborea rispetto ai valori del 2024. Dal 1 gennaio 2031 i Comuni dovranno garantire una tendenza positiva all’aumento progressivo degli spazi verdi urbani e della copertura arborea.
Le misure sparite dal piano
“Delle 23 misure del Pnr valide per tutti i Comuni e proposte dall’Ispra – scrive Pileri – ben 15 sono state completamente cancellate, senza nessuna proposta alternativa”. Tra quelle svanite dalla bozza inviata a Bruxelles, la misura che prevedeva un registro delle perdite di aree verdi, ma anche “quella che minimizzava il consumo di suolo, quella che prevedeva oneri urbanistici supplementari per sostenere un po’ gli interventi di ripristino e quella che invocava il principio di precauzione per il quale si chiedeva di sospendere interventi che generavano riduzione degli spazi verdi fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale al 2030”. Nel testo inviato alla Commissione manca la misura con la quale si sarebbero dovuti limitare gli interventi su suoli urbani non artificializzati “quella di depavimentare con contestuale ricostituzione dei suoli ed equipaggiamento ecologico delle superfici”. La depavimentazione dei cortili scolastici è ormai solo una opzione. Pileri la definisce “una posizione antistorica” e guarda ad altri Paesi, come la Francia, “dove già da alcuni anni nei quartieri del centro si stanno depavimentando tanti cortili scolastici” e la Danimarca “dove si stanno eliminando le recinzioni attorno alle scuole”. Le misure di depavimentazione rimaste, spiega Pileri “sono state un po’ declassate a deimpermeabilizzazioni e un po’ trasformate in suggerimenti”. Di obbligatorio, insomma, non c’è più nulla. “Credo che i Comuni non si stiano davvero rendendo conto che le conseguenze di questo stravolgimento ricadranno proprio sulle loro casse, oltre al fatto che queste misure – conclude Pileri – avrebbero rappresentato una difesa. Avrebbero aiutato i Comuni, infatti, a respingere alcune pretese di trasformazione che gli operatori privati vogliono fare. Ora saranno più esposti a questi rischi, oltre a quelli legati agli eventi estremi causati dai cambiamenti climatici”.