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Piano nazionale energia e clima: fra ritardi e sprechi, l’Italia ha raggiunto appena il 15% degli obiettivi al 2030

Il report del think tank Ecco: "Circolano 445mila auto elettriche, contro un target di 4,3 milioni al 2030, mentre la quota di rinnovabili termiche è ferma da cinque anni. Il Paese dovrà tagliare un quarto delle emissioni in 5 anni, o potrebbe pagare fino a 5,7 miliardi di euro".
Piano nazionale energia e clima: fra ritardi e sprechi, l’Italia ha raggiunto appena il 15% degli obiettivi al 2030
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Le emissioni tornano a crescere e, per rispettare gli impegni europei, l’Italia deve ora tagliare – in appena cinque anni – circa un quarto di quelle nazionali. Mancare gli obiettivi potrebbe costare tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro. Le risorse pubbliche per la transizione restano inutilizzate o vengono disperse, mentre trasporti ed edifici sono i settori più in ritardo. Già, perché circolano 445mila auto elettriche, contro un obiettivo di 4,3 milioni al 2030 e perché negli edifici la quota di rinnovabili termiche è ferma da cinque anni, mentre del Fondo nazionale per l’efficienza energetica sono stati utilizzati solo 18 milioni di euro su quasi trecento. Nel frattempo, in vista della neutralità climatica al 2050, l’Italia non ha neppure una strategia di uscita dal gas. Sono alcuni degli elementi principali del progress report annuale presentato dal think tank Ecco sul Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec) dell’Italia. Il risultato? “Nonostante l’avvicinarsi del 2030, la transizione energetica in Italia rallenta e l’Italia è al 15 per cento nel raggiungimento degli obiettivi”. “Il ritardo nella transizione lo paghiamo due volte: in bolletta e nei conti pubblici, fino a 5,7 miliardi di euro per compensare le emissioni in eccesso” spiega Chiara Di Mambro, direttrice Strategia Italia e Europa di Ecco, secondo cui “la Legge di bilancio può cambiare rotta” a patto che su usi la flessibilità concessa da Bruxelles “per elettrificare i consumi e iniziando a riequilibrare tasse e oneri che oggi rendono l’elettricità più cara del gas”.

Quanto ci costerà la crescita delle emissioni

Nel 2025, le emissioni di gas serra sono tornate a crescere, di circa 9 milioni di tonnellate di Co2 equivalente (MtCO2eq) rispetto al 2024. Per rispettare gli impegni europei al 2030, l’Italia deve ancora ridurre le proprie emissioni di circa 95 milioni di tonnellate di CO2 equivalente rispetto ai livelli del 2025. Gli obiettivi europei di riduzione per trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti e piccola industria (tutti settori sottoposti al Regolamento Effort Sharing perché esclusi dall’Ets, il mercato europeo del carbonio) sono vincolanti per il Paese. Con l’attuale ritmo di riduzione delle emissioni, però, l’Italia rischia di mancare tali obiettivi. Secondo le proiezioni Ispra, infatti, tra il 2021 e il 2025 il Paese ha già accumulato un eccesso per circa 30 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, destinato a salire a 39 entro il 2030. Questo può comportare un rischio di spesa stimato tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro per l’acquisto di diritti di emissione. Nel frattempo, le risorse pubbliche impiegate nella transizione vengono disperse a causa di quello che Ecco definisce “un incoerente meccanismo di governance delle politiche energia e clima” e per la mancanza di una chiara strategia di finanziamento. Il Piano nazionale di Ripresa e resilienza si chiude con il 45% dei fondi per la transizione effettivamente spesi. Dei 18,2 miliardi di euro incassati dalle aste Ets tra il 2012 e il 2024, solo il 9% dei proventi è andato a misure per il clima, secondo le rendicontazioni pubbliche. “Bisogna poi anticipare il finanziamento del Piano Sociale per il Clima, che vale oltre 9 miliardi di euro ma non sarà operativo prima del 2027 – spiega Chiara Di Mambro – sono risorse che servono subito alle famiglie più esposte al caro energia”.

Trasporti ed edifici sono i settori più in ritardo

I trasporti sono il primo settore per emissioni, con oltre il 30% del totale. Circolano 445mila auto elettriche, contro un obiettivo di 4,3 milioni al 2030. Gli incentivi dedicati all’elettrico hanno portato le immatricolazioni al 9% tra la fine del 2025 e il 2026, contro il 22% della media europea. Finiti a giugno, il mercato è tornato ai livelli precedenti. Le risorse oggi disponibili sono poche e disperse tra più tecnologie. Per quanto riguarda gli edifici, invece, la quota di rinnovabili termiche è ferma da cinque anni e la direttiva Case Green tanto osteggiata dal Governo Meloni non è ancora stata recepita. Inoltre, gli strumenti che sembrano funzionare meglio sono sottofinanziati: il Conto Termico, ad esempio, ha esaurito i fondi annuali in un solo mese (Leggi l’approfondimento). Quelli che funzionano meno restano fermi: del Fondo nazionale per l’efficienza energetica sono stati utilizzati solo 18 milioni di euro su 284 disponibili.

Gas e rinnovabili: ecco perché le bollette restano alte

La domanda italiana di gas rimane inferiore di 11,2 miliardi di metri cubi rispetto al livello del 2019. Nonostante il lieve aumento del 2025, in cui i consumi sono tornati a salire (+2,1%), trainati dalla produzione termoelettrica (+7,2%), il settore mostra una tendenza strutturale alla riduzione della domanda. “Manca, tuttavia, una vera strategia di abbandono del gas, passo necessario per l’obiettivo di neutralità climatica al 2050” scrive Ecco. Al contrario, scelte di investimento mostrano il protrarsi della dipendenza oltre il 2030, con la prospettiva di metanizzazione della Sardegna che si concluderà non prima del 2033. Un segnale positivo “ma insufficiente” arriva dalle rinnovabili, con circa 7 gigawatt (GW) installati nel 2025, a fronte dei 10 GW annui necessari al raggiungimento del target al 2030. A frenarne lo sviluppo restano però i tempi ancora troppo lunghi delle autorizzazioni e la saturazione virtuale della rete. Nel 2025 l’energia rinnovabile prodotta ma persa per curtailment, cioè per i distacchi sulle reti di alta e altissima tensione, è salita a circa 802 gigawattora (Gwh), più del doppio del 2024. L’aspetto più problematico è che la crescita delle rinnovabili non si traduce ancora in benefici per le famiglie e le imprese: “Il prezzo dell’elettricità continua a essere determinato in larga parte dal gas e tasse e oneri pesano sulla bolletta elettrica molto più che su quella del gas”. Decisioni come il rinvio dell’uscita dal carbone al 2038 mandano inoltre un segnale incerto agli investitori.

L’elettrificazione inesplorata e il futuro incerto dell’industria

Il tasso di elettrificazione dei consumi finali è sostanzialmente stabile ed è al 23%. Nel 2024, l’elettricità copriva il 49% dei consumi nei servizi e il 40% nell’industria, ma solo il 21% nel settore civile e solo il 2% nei trasporti. Uno dei fattori che ostacola l’elettrificazione dei consumi in Italia è lo squilibrio tra i prezzi dell’elettricità e quelli delle fonti fossili, come il gas. L’Italia, infatti, è tra i Paesi europei con il più alto rapporto tra il costo dell’elettricità e del gas. Allo stesso tempo “gli incentivi alla decarbonizzazione dell’industria sono frammentati e di breve periodo – spiega il think tank – senza una strategia che sostenga investimenti e costi operativi in un contesto di forti pressioni internazionali sui prezzi dell’energia e sulla competitività”. Il caso ex Ilva (nella foto) ne è il simbolo. Sulle tecnologie della transizione, idrogeno rinnovabile, biometano e Cattura e stoccaggio (Carbon Capture and Storage), l’Italia resta molto lontana dagli obiettivi 2030 nonostante i nuovi strumenti di sostegno. “La decarbonizzazione dell’industria italiana rimane uno degli aspetti più critici della transizione energetica nazionale. L’assenza di una strategia unitaria che affronti sia le spese in conto capitale (per l’acquisto di immobili, macchinari, veicoli per esempio) – conclude Chiara Di Mambro – sia le spese operative per garantire il funzionamento delle aziende continua a frenare una trasformazione strutturale del comparto manifatturiero”.

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