Si parla tanto di femminicidio, ma non si parla di quello più grave, più antico, più reiterato che viene perpetrato sull’italico suolo. In questa Italia non più fatta di poeti e navigatori, ma di palazzinari e cavatori, sul massacro della Po, il grande fiume femmina d’Italia, colpevolmente si tace. Si sa, ma si tace.

Sì, qualcuno avrà capito, ho letto l’ultima fatica letteraria di Rumiz, “Morimondo”, che racconta la sua discesa del grande fiume, che per lui ha attributi femminili. Non resta più nulla del grande fiume che fu, né dal punto di vista idrografico, né dal punto di vista ecologico.

Il Po oggi è: affluenti che si immettono esausti; l’isola che non c’è; centrali idroelettriche; canali irrigui; argini tanto alti che non vedi il paesaggio; cave di ghiaia, autorizzate ma soprattutto abusive; scarico di liquami; deposito di immondizie dalle più minuscole alle carcasse di automobili, ai frigoriferi alle cucine a gas; pesca abusiva; ricettacolo di pesci immondi, provenienti da paesi altri, come il pesce siluro od il pesce gatto che solo menti malate potevano pensare di immettere nel grande fiume.

Sì, Rumiz incontra lungo il percorso anche quello che il Po era, ma è solo nei ricordi di persone anziane, che, morte loro, di Po rimarranno solo le foto in bianco e nero, e poi, neanche più quelle.