Si è svolta nei giorni scorsi a Washington per un’importante conferenza internazionale sul tema della libertà dei combattenti antiterroristi cubani. Ho già avuto modo di occuparmi del caso in passato su questo blog. Ma torno a riassumerlo per i lettori de il Fatto Quotidiano. Nel corso degli anni gli attacchi terroristici contro Cuba hanno provocato oltre tremila vittime, migliaia di feriti e mutilati ed ingenti danni economici. Autori di tali attacchi, che hanno sempre rivendicato con estrema tracotanza, sono i gruppi terroristici di fuoriusciti cubani basati a Miami, che operano da sempre con la connivenza di autorità statunitensi, specie Cia e Fbi.  

E’ noto come la definizione stessa di terrorismo sia tuttora oggetto di discussione in seno alla comunità internazionale. Non c’è però a mio avviso alcun dubbio che un atto di natura terroristica si caratterizzi per la sua natura indiscriminata e per il fatto che, per conseguire obiettivi di natura politica, causi vittime civile al fine appunto di spargere il terrore nella popolazione. Non altrimenti potrebbero essere definiti atti come l‘abbattimento di un aereo civile cubano il 6 ottobre 1976 o la bomba in un hotel dell’Avana che provocò nel 1997 la morte del nostro compatriota Fabio Di Celmo. Atti rivendicati senza vergogna dai capi dei gruppi terroristici di fuoriusciti cubani Orlando Bosch e Luis Posada Carriles.

Per contrastare tali attacchi terroristici furono inviati da Cuba, nel corso degli anni Novanta, vari agenti che si infiltrarono nei gruppi terroristici (la vicenda è oggi raccontata dallo scrittore brasiliano Rafael Morais in un libro appassionante che solo in Brasile ha già venduto duecentocinquantamila copie e che speriamo di poter vedere presto pubblicato anche in Italia), raccogliendo importanti informazioni sulla loro attività. La relativa documentazione fu sottoposta all’allora presidente statunitense Clinton dal governo cubano per tramite del Premio Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez.  Ma la risposta fu l’arresto non dei terroristi ma, nel settembre del 1998, di cinque degli agenti cubani operanti a Miami. 

A quasi quindici anni di distanza dagli arresti, quattro dei cinque agenti permangono tuttora in carcere negli Stati Uniti, dopo essere stati ingiustamente condannati a pesanti pene detentive nel corso di processi viziati da gravi violazioni dei principi giuridici applicabili in materia, come riconosciuto anche dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sugli arresti arbitrari.

Esauriti, o quasi, i ricorsi domestici, dopo numerose pronunce di vari organi giudiziari statunitensi e dopo che la Corte suprema si è inopinatamente rifiutata di occuparsi del caso, occorre battere le strade del diritto internazionale, ricorrendo ai vari organismi delle Nazioni Unite.

Sono infatti in discussione almeno due aspetti di rilievo internazionale:

a) la violazione da parte del governo degli Stati Uniti dei suoi obblighi internazionali di cooperare nella lotta al terrorismo, portando anzi a termine una costante intromissione negli affari interni cubani mediante la promozione e la facilitazione di attacchi di natura terroristica.

b) la violazione di principi generali di diritto processuale che si è realizzata in vario modo nel corso del processo, dalla scelta di una sede processuale come quella di Miami, manifestamente inidonea e sprovvista di garanzie di imparzialità per la presenza di una forte colonia di fuoriusciti cubani, alla compressione dei diritti della difesa, al rifiuto a concedere a talune delle mogli degli agenti il diritto di visitarli in carcere.

Occorre sperare che il ricorso al potere di grazia da parte del presidente Obama, come richiesto da numerose personalità internazionali, segni il definitivo abbandono delle infauste politiche fin qui attuate e l’avvio di una nuova fase di convivenza cooperativa e di rispetto reciproco fra gli Stati Uniti e gli altri Paesi americani. Dopotutto la guerra fredda è finita ed è bene che ne terminino anche gli ultimi strascichi. Così come è fondamentale che tutti i paesi del mondo, indipendentemente dalle ideologie professate, si uniscano per cooperare contro il terrorismo e i terroristi di ogni genere. Non con i droni che fanno vittime innocenti ma con lo scambio di informazioni fra i servizi di intelligence. Strada coerentemente tentata, già quindici anni fa, dal governo cubano, ma che si è finora scontrata con l’arroganza degli Stati Uniti e le preoccupazioni elettorali, oramai non più fondate, relative al controllo del serbatoio dei voti cubano-americani. Gli incontri avuti a Washington con vari membri del Congresso (senatori e deputati di entrambi gli schieramenti) lasciano ben sperare a tale proposito. 

P.s. Colgo l’occasione per invitarvi a partecipare alla proiezione del film The Cuban Wives, anch’esso relativo al caso dei  cinque cubani e del quale pure ho già parlato su questo blog, che avverrà domani venerdì 7 giugno alle ore 18 al cinema Palladium di Roma nell’ambito dell’Uniroma Tre Film Festival.