Un buon sistema sanitario, una scuola di alto livello e un efficace sistema di protezioni sociali. Il sogno di ogni popolo. La vera ricchezza di un paese.
Tuttavia, si pensa comunemente che questi siano dei traguardi per un paese con un alto benessere economico. Quante volte dalla voce dei media siamo stati deliziati dai sistemi sociali di paesi come Norvegia, Svezia o Germania. “Mah, sono ricchi”, è la reazione piu’ spontanea.

Ebbene no, questo è il nuovo paradigma. E’ proprio l’investire in sanità, scuola e protezione sociale ciò che crea le condizioni per la crescita dell’economia, l’innescarsi di un circolo virtuoso che porta ad un miglior benessere complessivo, economico e sociale. Esattamente l’opposto di quanto comunemente si pensi. In altre parole, l’impatto economico degli investimenti in questi tre settori sembra essere di molte volte superiore all’impatto economico ottenuto investendo in altri settori, come banche, finanza o difesa.

Ebbene sì. Ora ne abbiamo le prove, l’evidenza scientifica per dimostrarlo. Grazie a due ricercatori che hanno appena pubblicato i risultati della loro ricerca. David Stuckler, economista sanitario dell’Università di Oxford e Sanjay Basu, epidemiologo dell’Università di Stanford, portano dati inconfutabili dell’effetto dell’austerità sulla salute della gente e di come invece investendo in questi settori strategici giovi alla ricrescita economica di un paese (“The Body Economic, why austerity kills” published by Allen Lane, 2013), specialmente in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando.

Gli autori hanno iniziato la loro analisi ben prima della recente crisi e hanno preso in considerazione gli effetti sulla salute delle precedenti grandi crisi mondiali: la grande depressione americana, il brutale passaggio dell’ex Unione Sovietica nell’economia di mercato, la crisi bancaria Svedese nei primi anni 90 e le riforme tedesche del mercato del lavoro agli inizi degli anni 2000 fino alla recente crisi economica negli Stati Uniti e in Europa.

Questo studio evidenzia come un brusco colpo alla disponibilità finanziaria di un individuo dovuto alla perdita del lavoro, della casa o a grossi debiti causi severi problemi sul suo stato di salute, con una intrigante relazione causa-effetto. Per esempio, il numero di suicidi e depressioni aumenta in modo considerevole, così come il numero di infezioni, di morti da polmonite e di casi di HIV. E’ ora possible quantificarli con precisione.
Per esempio, ad ogni $100 dollari per capita investiti in protezione sociale corrispondono circa 20 morti in meno per 1000 nascite, 4 suicidi in meno per 100,000 abitanti, 18 morti in meno per polmoniti e così via.

Ma i dati dimostrano che mentre in alcuni paesi la politica ha saputo affrontare il problema investendo in protezione sociale, sanità e scuola gettando le basi per la ricrescita, in altri dove si è pensato solo a tagliare costi per far fronte ai conti pubblici e al debito, dove si è creduto di più alla strategia dell’austerità, le conseguenze appaiono vere e proprie tragedie, sia sulla salute che sull’equità sociale che soprattutto sui tempi di ricovero dell’economia.

Infatti, a questi investimenti corrisponde poi una evidente ripresa economica. Un esempio è dato dall’Inghilterra nel dopoguerra: a fronte di un debito pubblico al 200% del Pil, lo stato reagì non con tagli alla spesa ma con investimenti sul welfare, spianando la strada a decenni di prosperità che videro il debito pubblico dimezzarsi nell’arco di 10 anni. Oppure si prenda l’Islanda pochi anni fa, quando fu duramente investita dalla crisi finanziaria e bancaria: le tre più grosse banche del paese fallirono e il debito pubblico raggiunse l’800% del Pil, il dato peggiore dei paesi europei. Innanzi alle forti proteste popolari, il governo fu costretto al referendum, da cui risultò che il 93% della popolazione era contraria ad investire nel salvataggio delle banche a spese dei sistemi di protezione sociale e sanità. Si decise quindi di mettere più soldi in sanità, educazione, abitazioni e programmi di ri-inserimento lavorativo. Ora, dopo pochi anni, il Pil cresce a più del 4% e la disoccupazione è scesa sotto al 5%, tra i dati migliori dei paesi europei.

In Finlandia, Svezia, Islanda quindi e in tutti quei paesi che hanno concretamente adottato misure di protezione della propria gente in periodi economicamente bui, i dati dello studio non dimostrano alcun incremento dei problemi di salute ma piuttosto un miglioramento. In altri, Grecia, Spagna, Italia il peggioramento è evidente.

Secondo gli autori, è semplicemente una questione di scelta politica. Quando i politici parlano all’infinito solo di debito e deficit, non prendono in considerazione il “costo umano” delle loro decisioni. Si basano sull’ideologia invece che sull’evidenza scientifica, un’ideologia che – è proprio il caso di dirlo – uccide.

Presentando l’evidenza scientifica dello studio ai parlamentari svedesi, la risposta fu: “Perché ci dite tutto questo? Lo sapevamo già, ed è per questo che abbiamo rinforzato i programmi di protezione sociale, l’educazione, la sanità. Ma in Grecia la reazione dei politici fu invece quella di scaricare su altri le responsabilità. La Troika aveva infatti già deciso per loro, ponendo – ad esempio – in modo totalmente arbitrario un tetto alla spesa sanitaria: 6% del Pil, molto meno che in ogni altro paese europeo e senza basi scientifiche di alcun tipo. Un taglio alla sanità deciso dai banchieri. Il risultato è noto a tutti in termini di suicidi, depressioni, infezioni, malnutrizione, mancanza di farmaci e accesso al sistema sanitario.

Questo studio rappresenta la prova che i costi dell’austerità possono e anzi devono essere calcolati in termini di vite umane. Dimostra che l’austerità di per se in periodi di crisi economica uccide.
In Italia, i tagli alla sanità e scuola stanno portando danni già da alcuni anni. Oggi sono in molti a non permettersi neppure il ticket per prestazioni e farmaci. Un sistema universale di protezione sociale alla disoccupazione, alla perdita della casa, all’impossibilità temporanea di ripagare i debiti praticamente non esiste.

Non è troppo tardi per fare le scelte giuste, ma è decisamente urgente stabilire quali siano e debbano essere le priorità, per il bene commune, per il bene di un paese intero.

Dr Luca Li Bassi
Medico Chirurgo
Specialista in Management Sanitario e in Salute Pubblica

PS: Questo post si basa su di un articolo apparo su The Guardian (UK Edition, 15 May 2013) 

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