Oggi gli ultimi 197 chilometri totali, nella passerella finale da Rese Pio X a Brescia, con il successo di Mark Cavendish, al quinto sigillo nella Corsa. E anche il Giro d’Italia 2013 è andato in archivio. L’ha vinto, anzi stravinto, Vincenzo Nibali; sul podio – affianco a lui ma staccatissimi in classifica – sono saliti il colombiano Rigoberto Uran Uran (secondo a 4 minuti e 43 secondi) e l’eterno Cadel Evans (ancora terzo a 36anni, a 5’52’’). Cavendish, appunto, è stato il miglior velocista; Stefano Pirazzi il miglior scalatore; un altro colombiano, Carlos Betancour, il miglior giovane. Questi i verdetti dopo oltre 3mila chilometri di corsa, su e giù per l’Italia.

Il peggiore in assoluto, invece, è stato Danilo Di Luca: trovato positivo, e recidivo, all’Epo in un controllo a sorpresa lo scorso 29 aprile. Si è dopato a 37anni, soltanto per restare in gruppo e ritrovarsi 25esimo in classifica ad oltre mezz’ora di distacco dalla maglia rosa. Persino Lance Armstrong (il pulpito meno credibile in fatto di doping) gli ha dato pubblicamente dello “stupido” su Twitter. Ma nel ciclismo succede anche questo, purtroppo. Per la Corsa Rosa – e per uno sport che lotta quotidianamente per riconquistare agli scandali la passione dei propri tifosi – è stato un brutto colpo. La sua squadra, la Vini Fantini, lo ha licenziato in tronco e dovrebbe chiedergli un risarcimento; forse lo farà anche l’organizzazione della Corsa. Ma per rimborsare certi danni d’immagine non bastano i soldi: la positività di Di Luca (e anche quella del francese Georges, che però ha fatto davvero poco notizia) resterà come una macchia sul Giro 2013.

Come anche le defezioni dei protagonisti più attesi, Ryder Hesjedal, campione uscente, e Bradley Wiggins, vincitore del Tour 2012, entrambi ritirati per problemi di salute. E non sono stati solo i corridori a venir meno ma anche le grandi montagne: il maltempo ha mutilato il percorso del Giro come non accadeva da anni. Tante le modifiche e le semplificazioni, una tappa (la 19esima, da Ponte di Legno a Val Martello) addirittura cancellata. Niente Passo del Tonale e Sestriere, niente Gavia e Stelvio, solo metà del Galibier. E a rimetterci, inevitabilmente, è stato lo spettacolo. Con tutti i corridori nel pieno della forma e il percorso nella sua interezza sarebbe potuta essere una corsa memorabile. E’ stato comunque un buon Giro, come testimoniano pure gli ascolti tv: la tappa sul Galibier ha fatto registrare uno share complessivo del 25%, e anche l’arrivo di ieri sulle Tre cime di Lavaredo ha sfondato la soglia del 20%.

Se il Giro ha tenuto (in tv, sulle strade, negli incassi sul territorio) il merito è stato quasi esclusivamente di Vincenzo Nibali: più forte di tutti in salita, in discesa, persino a crono. Aveva praticamente già vinto alla fine della seconda settimana, avrebbe potuto amministrare il vantaggio ma non lo ha fatto: ha dominato la cronoscalata di Mori-Polsa, poi ieri ha compiuto il suo capolavoro, attaccando e staccando tutti nella tormenta di neve delle Tre cime di Lavaredo. Una vittoria epica per legittimare la sua prima Maglia Rosa. Senza di lui il Giro 2013 sarebbe stato ricordato come quello delle tante assenze e del ritorno del doping; passerà alla storia come il Giro di Nibali.

Forte e sicuro, ma anche coraggioso e generoso: qualità che molto di rado si sono viste insieme negli ultimi tempi. Nibali che dedica le sue vittorie alla famiglia; Nibali che rifiuta l’epiteto di “padrone del Giro”, perché è una parola “troppo forte”, che non gli piace. Valori semplici, d’altri tempi. Come la sua faccia: scavata e meridionale, simbolo (per adesso e si spera per sempre) di un ciclismo pulito.

Il dominio al Giro è stato così netto che già reclama nuove imprese. Il suo ds Martinelli ha dichiarato che ci sono “zero possibilità” che Nibali corra il Tour de France: staccherà la spina in estate, per poi concentrarsi sulla Vuelta e il Mondiale di Firenze in autunno. Ma la Grande Boucle a luglio (dove ci saranno Contador, Froome, Andy Schleck, e lo stesso Wiggins in cerca di rivalsa) potrebbe non essere un sogno proibito. Almeno non per Nibali. Per far sì che questo Giro un po’ scontato diventi solo il prologo di una leggenda sportiva. Ed affiancare il proprio nome a quello dei più grandi di sempre: da Bartali a Indurain, da Coppi a Merckx. Solo in otto sono riusciti nello storico “doublé”. L’ultimo, 15 anni fa, è stato Marco Pantani.