Ci sono i soldi per uno spot su Taranto, ma non quelli per valutare lo stato di salute dei tarantini. È la denuncia di Angelo Bonelli, leader dei Verdi e consigliere comunale a Taranto che ha accusato il governatore della Puglia, Nichi Vendola, di aver stanziato 600mila euro per una clip promozionale della città intitolata “Questa è Taranto”, ma di non essere mai riuscito a trovare i fondi per commissionare un’indagine epidemiologica che stabilisse le condizioni di salute degli abitanti della città dell’Ilva. Uno spot, che sarà diffuso nelle stazioni ferroviarie, nei banner, nei taxi di Roma e Milano che possa raccontare, secondo le intenzione della Regione, che Taranto non è solo inquinamento. “Ma come mai – ha chiesto Bonelli – oggi si trovano 600 mila euro e quando la Regione doveva finanziare l’indagine epidemiologica negli anni precedenti, con numerose richieste rivolte al suo presidente, non ha trovato i soldi?”. Bonelli, dopo aver spiegato che “l’indagine epidemiologica è uno strumento fondamentale per stabilire la relazione tra inquinamento, patologie e mortalità” che quindi è necessario per “mettere di fronte alle proprie responsabilità e quindi alla legge chi ha inquinato a Taranto”, ha ricordato che “quello che dovevano fare le istituzioni lo ha fatto la procura di Taranto ordinando lei l’indagine epidemiologica, aprendo cosi la strada alla verità e alla giustizia”. Un’indagine richiesta dalla procura e disposta dal gip Patrizia Todisco che poco più di un anno fa ha chiarito che a Taranto tra il 2004 e il 2010 c’è stato un aumento di mortalità per l’aumento delle polveri sottili nell’Ilva mentre Fabio Riva, ex presidente dell’azienda accusato di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale e ora a Londra in attesa di estradizione, commentava al telefono che “due casi di tumore in più all’anno” sono “una minchiata”.

Secondo Bonelli “se vogliamo riportare tanto turismo a Taranto, l’unica cosa da fare è avviare il risanamento ambientale, riportare gli animali a pascolare visto che a 20 km c’è il divieto dell’autorità sanitaria, tornare a far coltivare i mitili nel mar piccolo, dichiarare Taranto area No tax, avviare le bonifiche…e far respirare aria pulita…”.

Eppure rispetto alla soluzione di nazionalizzare la fabbrica, sostenuta da Landini, Angeletti e, a sorpresa, anche da Francesco Boccia (che a Taranto è stato per anni come liquidatore del dissesto comunale dichiarato nel 2006), il leader ambientalista si dice contrario. “Espropriare l’Ilva – spiega Bonelli – non è una soluzione: significherebbe solo socializzare il debito economico ed ambientale dell’azienda e bloccare le bonifiche ed il risanamento ambientale”. La via d’uscita secondo l’ex candidato sindaco della città dei veleni è “un’amministrazione controllata che non esponga lo stato ad affrontare debiti che impedirebbero il risanamento”, ma soprattutto è fondamentale “chiudere ‘i rubinetti dell’inquinamento’ e risanare” magari utilizzando “il Fondo sociale europeo come nel bacino della Rurh e avviare le bonifiche”. 

Ma proprio sulla questione delle bonifiche, all’indomani del sequestro per equivalente di oltre 8 miliardi di euro disposto dalla magistratura tarantina, regna il caos più totale. Da più parti si invoca infatti la possibilità di utilizzare quei soldi per avviare il risanamento tralasciando un particolare non trascurabile: quei soldi non ci sono. A differenza del sequestro di 1,2 miliardi di euro disposto dal tribunale di Milano, il provvedimento dell’autorità giudiziaria ionica funziona esattamente al contrario: la Guardia di finanza di Taranto dovrà cercare fra le proprietà, le quote societarie e i conti di Riva Fire, beni per un ammontare di 8,1 miliardi di euro, ma non è detto che riesca a trovarli. Anzi, a dirla tutta, appare davvero improbabile che si possa raggiungere la cifra stimata dai custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento che insieme ai carabinieri del Noe di Lecce hanno valutato che il mancato ammodernamento dell’Ilva ha prodotto questo maxi arricchimento per la famiglia Riva. Inoltre quando le operazioni di sequestro saranno terminate, qualunque sia la somma, questa sarà bloccata fino all’eventuale sentenza di terzo grado e solo in caso di condanna quei fondi potranno essere utilizzati dallo Stato. E anche allora non è detto che finiscano davvero nella città dei veleni. Questa è l’Italia. E non è uno spot.