Il 17 maggio ricorre la Giornata mondiale contro l’omofobia.

Si celebra l’anniversario della cancellazione dell’omosessualità dal novero delle patologie psichiatriche, effettuata dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1990. Da allora, da quando l’orientamento omosessuale è considerato non più una malattia o un difetto ma una caratteristica individuale, i tempi sono progressivamente maturati per un riconoscimento dei diritti discendenti da tale caratteristica.

Tali diritti sono, in via esemplificativa e non esaustiva: il diritto di essere se stessi, cioé di non subire pregiudizi in virtù dell’essere gay o dell’essere lesbica; il diritto di esprimere se stessi, cioé di dichiararsi e di marciare orgogliosamente per celebrare ciò che si è (Gay Pride); il diritto di vivere liberamente la propria condizione di coppia, sancito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 138/2010, e dunque di mostrarsi nella sfera pubblica così come in quella privata; il diritto fondamentale di contrarre matrimonio; il diritto di poter realizzare in pieno il proprio desiderio di maternità e paternità mediante accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita; il diritto di adottare un minore ed accoglierlo nella propria famiglia; il diritto, infine, a non essere discriminati in virtù del proprio orientamento omosessuale. E così via.

Tutti diritti, questi, che lungi dall’essere diritti speciali sono invece diritti di cui le persone eterosessuali già godono, come dire, di default, e che per costoro sono quindi del tutto scontati. Inoltre, da Paese a Paese il riconoscimento di ciascuno di questi diritti varia per intensità e contenuto, ma se si guarda al continente europeo e a quello americano, ci si rende conto che la storia va verso un pieno riconoscimento di tutti questi diritti, senza compromessi, in tutti i Paesi democratici.

Eppure, anche in questo scenario, secondo la Rainbow Europe Map dell’ILGA – International Lesbian & Gay Association, l’Italia si colloca al 36° posto nel panorama europeo, con una percentuale di protezione dei diritti delle persone gay lesbiche bisessuali e transessuali pari al 19%. Siamo – per dire – sotto all’Albania (38%, al 16° posto) e al Montenegro (27%, al 27° posto).

Qualche passo, però, nel nostro piccolo lo facciamo anche noi. Infatti nei giorni scorsi il Comune di Milano ha trascritto nel proprio registro delle unioni civili una civil partnership contratta nel Regno Unito e, più di recente, l’Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati ha riconosciuto l’estensione della tutela previdenziale anche al compagno dello stesso sesso. Quest’ultimo beneficio, che si applica solo ai deputati, ha fatto sobbalzare non pochi nella comunità Lgbti, che lo considerano un privilegio al quale i parlamentari dovrebbero rinunciare.

Il punto è che la contraddizione esistente tra la situazione di coloro che siedono in Parlamento e la società civile, proprio perchè non più sostenibile in un ordinamento che si professa democratico, esprime nel concreto l’esigenza di porre fine a una necessità costituzionale: quella di riconoscere alle coppie omosessuali il loro diritto fondamentale di vivere liberamente la loro condizione di coppia attraverso l’estensione di tutti i diritti fondamentali goduti dai cittadini, incluso il matrimonio.

Piccoli passi, dunque. Come l’avvenuta sottoscrizione da parte di 221 parlamentari della proposta di legge n. 245 contro l’omofobia e la transfobia, sostenuta dagli amici e colleghi di Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford. Una legge civile, progresso indispensabile per rendere l’Italia una società più giusta, libera ed equa.

Chissà se questa proposta di legge troverà il solito fuoco di sbarramento ipocrita e insensato del Pdl e quello, ancor peggiore, dei cattolici-quando-mi-conviene del Pd, o se prevarrà il buon senso. Intanto, è bene sempre riflettere e ricordarsi di questo anniversario.

Buona giornata contro l’omofobia a tutte e tutti!