“Non chiedono di essere assolte o idealizzate, ma viste”: undici ritratti di ragazze oltre l’etichetta di “maranzine”
C’è l’ex teppista con gli occhi da cerbiatta che scippava i vecchi, la 15enne che andava ai rave “a spaccarmi a merda”, le ragazzine peruviane e cinesi picchiate a sangue da papà e mamma, la tatuata figlia del boss ucciso dal tossico che esplode di rabbia tirando bottigliate in testa a un nemico. “Ognuna di loro mi ha spaccato in due”. Gabriella Simoni, giornalista che ha spesso guardato in faccia la violenza e il male, tra frontiere in fiamme e conflitti di guerra ribollenti morti e disperazione, non ci gira troppo attorno. Nel suo Non solo maranzine (Il Margine) i ritratti sbozzati, vividi, di undici ragazze e ragazzine, ospitate e forse rinate in una comunità di recupero italiana, hanno quell’inusitata prepotenza di una quotidianità marginale spesso nascosta, taciuta, evitata, ma fisicamente e geograficamente prossima ad ognuno di noi.
Tra i meandri della ricostruzione di una vita, di un’educazione scolastica minima, nei tentativi di recupero di esistenze che parevano bruciate e perdute, del resto, non ci sono solo maschi. E Simoni queste oltraggiose e oltraggiate figure liminali femminili le racconta una per una, capitolo dopo capitolo, smontando il pregiudizio facile, “di quelli che trasformano vite complesse in etichette utili solo a costruire consenso o indignazione”. “Le ragazze di questo libro non chiedono di essere assolte, né idealizzate”, spiega nelle prime pagine del libro l’autrice. “Chiedono qualcosa di più difficile: essere viste nelle loro difficoltà, nella loro unicità”.
Ogni storia che Simoni taglia e cuce con la sapienza del cronista e l’affabilità della romanziera sembra uno di quei colloqui nei penitenziari con il vetro divisorio che ci separa dal tatto, ma che ci impressiona alla vista e all’ascolto. A colpire, in questa esasperata, spesso insanguinata e sporca realtà, è la complessità causale della non omologazione delle ragazze, nonché, nei casi di vittime di violenza familiare, la difficoltà a trovare un pertugio a livello sociale dove denunciare il male senza perdere quel poco di certezza esistenziale rimasta. “Quasi tutte raccontano di strada, droga, furti, ribellioni, non è possibile delineare un motivo, ce ne sono mille e opposti: una separazione disastrosa, un incidente mortale che le ha private di un affetto necessario, famiglie perfette che non prevedevano la loro imperfezione, padri deboli o padroni, madri devastate, ma comunque disposte a tutto pur di salvare quelle figlie perse e forse oggi ritrovate, genitori uniti o in guerra, amore per la ricchezza o per la vita di strada. Non c’è una spiegazione, ma mille, non c’è una reazione, ma centomila”.
Difficile scegliere un caso o i casi emblematici tra queste “piccole donne che si sono perdute”. Tra un’autentica maranzina che vuole vivere in carcere e per questa punizione da dura cerca spesso la fuga dall’istituto di recupero e la simbiosi amicale tra due ragazzine, una di origine peruviana e l’altra cinese, che subiscono le botte senza limiti della violenza paterna (qualcosa che riempirebbe un film dell’orrore) o addirittura materna (si, proprio tra i tavoli di un ristorante cinese come mille altri che frequentiamo) peschiamo il caso apparentemente semplice di due compagne di stanza del centro di recupero.
Nessun innesto straniero modello immigrate di seconda generazione, ma solo il disfacimento della figura paterna e del nucleo familiare italianissimi. Tossicodipendenza, depressione e suicidi. Alcol, di nuovo botte e famiglie in frantumi. “Padri assenti o malamente presenti”. Nicole e Marilena (nomi di fantasia) sono l’esempio di questa predestinazione sfortunata. Finire vittime di genitori incapaci di essere tali. I loro racconti non sono più quelli della fragile spavalderia di chi compie scippi e furti per fuggire da una realtà d violenza e soprusi, ma quelli di chi fin da bimbe deve imparare a difendersi e nascondersi sotto un tavolo. Il caos degli affetti, il tira e molla degli assistenti sociali, la costellazione dei sentimenti e della stabilità che va in frantumi. Nicole e Marilena, forzando nemmeno troppo la mano, sono forse l’anello della catena borderline ad un passo vicinissimo da quel noi che reputiamo della normalità. E invece dello stupore dell’abisso c’è il dolore della prossimità. Sperare che queste vite raccontate da Simoni possano ricominciare daccapo è il minimo che si possa provare oltre la funzione voyeuristica da banali e impiccioni lettori.