Il grande ritorno dei Cicchitto e dei Casini ai vertici delle commissioni parlamentari chiude il cerchio. Al voto del 24 e 25 febbraio un quarto degli elettori ha scelto un movimento in rotta di collisione con i vecchi partiti, i Cinque Stelle, e un altro quarto ha dato fiducia alle promesse di cambiamento del Pd, prima fra tutte quella di porre fine all’era berlusconiana. Messi insieme (senza contare i partiti minori e gli astenuti per protesta)  fanno 17 milioni di cittadini, la metà esatta di tutti quelli che sono andati alle urne.

Nei due mesi successivi, le loro aspirazioni sono state completamente affossate dall’eterno gattopardismo italiano, il “tutto cambi perché nulla cambi”. Non si riesce a trovare l’accordo sul nuovo presidente della Repubblica? Teniamoci quello vecchio. Non si riesce a fare un nuovo governo? Mettiamo insieme la vecchia maggioranza e la vecchia opposizione. Non c’è il minimo accordo sulle riforme? Rimandiamo tutto a una Convenzione. E’ la politica dell’eterno rinvio, messa in atto dalla stessa classe politica che finora non è riuscita a risolvere i drammatici problemi dell’Italia affogata nella crisi, quando non ha contribuito a provocarli.

Non a caso il neonato governo Letta è stato accolto con scetticismo dagli osservatori economici internazionali. Il Financial Times demolisce il “libro dei sogni” del leader Pd in materia fiscale, non tanto per sfiducia nella persona quanto per legittimo sospetto sulla possibilità che la larga intesa con Silvio Berlusconi si riveli efficace alla prova dei fatti. E sul New York Times il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman cala sulla compagine benedetta da Napolitano una prematura pietra tombale: “L’Italia è un caos. Sì, ha finalmente un presidente del Consiglio, ma le probabilità che vengano adottate riforme economiche serie sono minime”. Del resto le soluzioni dovrebbero essere trovate dagli stessi che non le hanno trovate nella scorsa legislatura, né nella fase berlusconiana, poi traumaticamente interrotta, né in quella montiana. Dopo l’esperienza dell’appoggio bipartisan al governo tecnico, già ampiamente rinnegata soprattutto da Berlusconi, Pd e Pdl si trovano costretti di nuovo a una coabitazione forzata, gravata per di più dal peso degli interessi personali di Silvio Berlusconi in fatto di giustizia e televisioni.

Ecco una breve cronaca dei due mesi che non hanno cambiato l’Italia.

DA BERSANI AI SAGGI. Alle elezioni di febbraio il Pd vince, ma perde. Berlusconi perde, ma vince. I Cinque Stelle fanno il pieno con il 25% dei voti. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il mandato agli sgoccioli, si dà da fare perché nasca un governo. Incarica il segretario del Pd Pierluigi Bersani che, dopo le consultazioni di rito orientate a un accordo con i Cinque Stelle, non ce la fa. I “grillini” sono irremovibili: nessuna fiducia a un esecutivo, solo la disponibilità a votare singoli provvedimenti graditi, per esempio sul fronte anti-casta. Ma il Parlamento può funzionare senza un governo? Si apre il dibattito. Napolitano escogita allora una soluzione inedita: nomina dieci saggi (tutti uomini) incaricati di formulare proposte in fatto di riforme istituzionali ed economia. Il problema del governo è rinviato.

L’ELEZIONE DEL “NUOVO” PRESIDENTE. Ad aprile scade il mandato di Napolitano e le Camere si riuniscono per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Dopo i tavoli di rito, Bersani promette una “sorpresa”, poi invece candida Franco Marini. Il Pdl da un lato rivendica la poltrona per sè, dall’altro non sembra in grado di scovare nelle sue ampie schiere un nome sufficientemente autorevole e presentabile, tanto che finisce per puntare su un candidato Pd, Giuliano Amato. Il Movimento Cinque Stelle rilancia con Stefano Rodotà, storico esponente del Pci-Pds, quindi altamente digeribile per il Pd. E annuncia che una convergenza dei democratici su quel nome aprirebbe “praterie” per un accordo di governo. Due piccioni con una fava, ma niente da fare, anche perché il giorno dopo ci pensa Beppe Grillo a gelare l’entusiasmo con un duro attacco a Bersani. Il Pd si spacca, nel segreto dell’urna brucia sia Marini che – per l’ennesima volta – Romano Prodi, e il voto per il Quirinale si incaglia. La soluzione? E’ senza precedenti nella storia repubblicana: un accordo Pd-Pdl-Scelta civica per rieleggere Napolitano, classe 1925, che nei mesi precedenti aveva detto chiaramente di non essere disponibile a un secondo mandato. Poco importa, intanto un altro problema è rinviato.

E LARGHE INTESE FURONO. Nel Pd intanto monta la protesta per l’occasione mancata con Rodotà. Bersani si dimette da segretario. Il neo e anche ex presidente Napolitano ribadisce che punta alle larghe intese. Altri tavoli, ritorna in pista anche Amato, ma alla fine la spunta il vicesegretario del Pd Enrico Letta, estrazione post Dc e nipote del “cardinale” berlusconiano Gianni. Il 29 aprile il governo Letta ottiene alla Camera la fiducia di Pd, Pdl, Scelta civica, Centro democratico e Svp. Votano contro M5S e Sel. La Lega nord si astiene. Ottenuta la fiducia anche al Senato, il governo Letta entra ufficialmente in attività, con il vice Angelino Alfano a custodire l’ortodossia berlusconiana. Ci sono diversi tecnici di estrazione montiana e qualche ventata di novità, come la congolese Kyenge all’Integrazione e l’olimpionica Idem allo Sport. Il Pd rinuncia a schierare big, a parte Franceschini ai rapporti con il Parlamento, il Pdl no, ed ecco tra gli altri il “saggio” Quagliariello e il ciellino Lupi. Già protagonisti della passata, e fallimentare, stagione berlusconiana. Tra i sottosegretari, da notare il ripescaggio di Gianfranco Miccichè, ex vicerè berlusconiano in Sicilia. Poi Jole Santelli, Filippo Bubbico, Michaela Biancofiore… Nel popolo del Pd il malcontento cresce ulteriormente: “Perché sì a Berlusconi e no a Rodotà”, si chiedono dirigenti e militanti?

RIFORME? CI VUOLE UNA CONVENZIONE. Non si sbaglia mai a dire che in Italia urgono “le riforme”. A farle ci provò per esempio la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema negli anni Novanta, senza risultato, se non resuscitare un Berlusconi assai appannato. Si cimentarono poi i “saggi di Lorenzago“, tutti di centrodestra (Calderoli-Nania-D’Onofrio-Pastore), ma i loro sforzi furono infine vanificati da un referendum costituzionale promosso dal centrosinistra. Nella scorsa legislatura, gli stessi partiti che oggi si (ri)candidano a stilare le riforme non sono stati in grado neppure di fare una nuova legge elettorale, che pure è una norma ordinaria, nonostante le ripetute pressioni dello stesso presidente Napolitano. Allora perfettamente ignorato, oggi largamente osannato. Anche quando, nel discorso del nuovo insediamento, ha strigliato per l’ennesima volta i medesimi partiti per l”imperdonabile” nulla di fatto sulle riforme. Come se ne esce? Con una “Convenzione“, che in un primo tempo avrebbe voluto presiedere Silvio Berlusconi in persona, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo di “padre nobile” tra un processo e l’altro. Non è certo che la Convenzione si faccia davvero, e se si farà è difficile che produca risultati concreti. Ma intanto, mentre i dati sull’economia e sull’occupazione in Italia si fanno sempre più drammatici, un altro problema è felicemente rinviato.