Non so con che animo una persona riesca ad addormentarsi la sera dopo che ti hanno definito “Scimmia congolese“.  “Zulù“. “Governante puzzolente” ,”Negra anti italiana”. “Faccetta nera“. Però io sarei fiera che un figuro come il leghista Borghezio mi dica che sono “un ministro Bonga Bonga”, “una scelta del cazzo” con “l’aria da casalinga, modesta e inadeguata”. 

Se io fossi Cécile Kyenge me li appunterei sul petto come medaglie, quegli insulti razzisti. Sono la dimostrazione di quanta determinazione è dotata e quante difficoltà ha superato per arrivare lì dove è. Dottoressa, deputata, ora ministro ministro nero della storia della Repubblica Italiana. Lei nei libri di Storia ci entrerà in testa a un capitolo, Borghezio se gli va bene in una nota a piè di pagina. “Per il colore della mia pelle ho iniziato a lavorare due anni dopo la laurea perché non potevo accedere un concorso pubblico” ha detto Cécile in una recente intervista. E certo che dà fastidio. E’ nera e donna. Quindi attira le ire della parte più retrograda della società italiana: i misogini e i razzisti.

Le due cose sommate portano a una miscela esplosiva. Solo un popolo di beoti può ancora credere alle leggende metropolitane sugli immigrati che rubano il lavoro agli italiani (non è vero, fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare), sono delinquenti e stupratori (i dati dicono il contrario, ma i media enfatizzano i reati commessi dagli extracomunitari), sono un peso morto per il nostro welfare moribondo (senza i contributi degli immigrati sarebbe ancora più moribondo).  Gli insulti credo che Cécile li abbia messi in conto, deve esserci abituata.

Quello che non è tollerabile in un paese civile è che possa esistere il profilo Facebook di un tal Movimento nazional socialista dei lavoratori che inneggia alla razza bianca e mostra immagini delle SS. o che un Duce.it dove si aizzano gli animi contro “la Zulù” possa scorrazzare libero sul web. Bene ha fatto la presidente della Camera Laura Boldrini a intervenire e chiarire che la libertà di espressione non c’entra. “In alcuni siti si pratica un sistematico incitamento all’odio razziale, che resta un reato anche se espresso via web. E molto gravi sono anche le parole usate da qualche esponente politico, che vanno ben oltre il legittimo dissenso sulle iniziative che Cécile Kyenge intende promuovere”. 

Ecco, presidente Boldrini, se l’incitamente all’odio razziale è un reato anche via web, perché non sposta i numerosi spazzini telematici che lavorano presso il suo ufficio, a ripulire le offese contro il ministro Kyenge e a perseguire gli autori?