Woody Allen si è permesso di venire a girare a Roma e di proporre paghe da fame perché sapeva che avrebbe trovato qualcuno disposto a lavorare per lui”. I set di To Rome with Love nella Capitale risalgono al 2011, ma il gioco ormai è al ribasso da anni, e gli stipendi pure: per fare i loro film, le case assumono ragazzini volenterosi per una manciata di euro. Le maestranze, che nei decenni passati attiravano le grandi produzioni internazionali, sono costrette a lasciare l’Italia. Simona Chiocca e Marco Greco lo hanno fatto: dopo aver passato la vita ad organizzare la produzione di film di altissimo livello, ora vivono a Berlino: Marco ha aperto una gelateria. Per restare a Roma non è bastato avere sul curriculum titoli come “La versione di Barney“, “Copia conforme” con la Palma d’oro di Juliette Binoche a Cannes, “Fortapàsc” di Marco Risi o lo 007 di “Quantum of Solace“. Anzi, è stato controproducente.

“Nel 2011 ho fatto 11 colloqui in Italia – racconta Simona, 40 anni, di Latina, una laurea in Scienze politiche e un master in produzione cinematografica – e per 5 volte mi sono sentita rispondere ‘non ti posso prendere perché sei troppo qualificata'”. Colpa della crisi, ma non solo. “Quella c’è in tutta Europa, ma solo da noi ti offrono cifre così insultanti. Prima si strapagano gli attori e poi propongono 650 euro a un ispettore di produzione. Questo perché hanno capito di riuscire a fare film con 500 mila euro, anche se una produzione appena decente costa 2 milioni”. Siamo diventati terra di conquista? “Neanche – continua Simona – sono sempre meno gli americani che vengono a girare in Italia: i servizi e le strutture lasciano a desiderare, i rimborsi fiscali, quando ci sono, arrivano dopo anni”.

Marco è stato il direttore di produzione del film “Diaz“, di Daniele Vicari, sui pestaggi al G8 di Genova. Ora in Italia non vede futuro: “Non abbiamo più un attore, un’attrice, un regista; l’ultimo produttore vero è morto negli Usa, era De Laurentiis. Il cinema in Italia è morto. Lo hanno ucciso le tv. Poi Berlusconi ha fatto il resto, controlla tutto”. Eppure “Diaz” è stato un film importante: “Ma Domenico Procacci (il produttore, ndr) è unico”. All’estero, dove i professionisti vengono trattati come tali. “Non è che qui mi stessero aspettando con il tappeto rosso – continua Simona, che nel curriculum ha “L’amico di famiglia” firmato da Paolo Sorrentino e la fiction tv “Capri” – però ho ricevuto risposte a tutte le mail che ho inviato e ho avuto vari colloqui, cosa che in Italia non accade mai”.

Intanto c’è la gelateria da mandare avanti e una vita da vivere: “Per Berlino vanno bene tutti gli stereotipi del caso: i tedeschi sono superorganizzati, i servizi sono eccellenti, c’è una grandissima offerta culturale. Il costo della vita? Gli affitti sono saliti, ma sono ancora meno cari che a Roma: noi in una zona semicentrale supercollegata paghiamo 800 euro per 80 metri quadrati”. Tornare in Italia? “Mi do una chance di trovare lavoro qui, ci sono moltissimi registi americani che vengono a girare a Berlino”. A tornare Marco non pensa proprio: ha detto basta “piuttosto che lavorare sottopagato per 16 ore per fare “Onore e rispetto” starring Manuela Arcuri e Gabriel Garko. Per l’Italia provo un dispiacere immenso – conclude Marco – troppi interessi, troppa corruzione. Ecco perché Grillo ha successo. Per rimettere ordine servirebbero 20 anni: io ne ho 51 e i prossimi 25 li voglio mettere a frutto in una nazione che ti consente di tentare una via, senza ostacoli o compromessi”.

da Il Fatto Quotidiano del 15 aprile 2013