Non riesce a finire di leggere il suo discorso Lucia Uva, in conferenza stampa alla Camera dei Deputati stamattina. È visibilmente provata perché cinque anni fa suo fratello moriva a soli 43 anni, dopo essere stato fermato e trattenuto nella caserma dei carabinieri di Varese.

Da allora Lucia non ha ricevuto alcuna risposta sulle dinamiche della morte di suo fratello, che vide all’obitorio con un pannolone e 78 macchie di sangue sul cavallo dei pantaloni. L’unica risposta ricevuta sinora è il procedimento avviato nei suoi confronti per diffamazione. “Questo pm è riuscito a violentare la mia mente. Mancano 421 giorni alla prescrizione. Quella notte mio fratello è stato torturato. È chiaro che l’obiettivo è mandare tutto in prescrizione.”

Alla conferenza “Se c’è un giudice”, moderata dal Senatore Luigi Manconi in qualità di Presidente dell’Associazione “A buon diritto” che con Amnesty international e Antigone ha organizzato la conferenza stampa, ci sono anche Ilaria Cucchi, Patrizia Aldrovandi, Claudia Budroni, Domenica Ferrulli, Melania Rizzoli, Grazia Serra. Quest’ultima è la nipote del 57enne deceduto dopo 87 ore di contenzione nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania.

Lo scorso lunedì c’è stato il secondo atto giudiziario in tribunale per il caso Uva: un medico è stato assolto dall’accusa di aver somministrato dosi eccessive di medicinali, un altro è stato prosciolto prima ancora che si arrivasse al rinvio a giudizio, mentre un terzo era già stato assolto.

Lucia sottolinea come non sia stato mai ascoltato Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme a Giuseppe Uva, il quale ha sempre raccontato di aver sentito le grida atroci di Giuseppe provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso, tanto da chiamare dalla stessa caserma il 118 per chiedere un intervento.

Manconi – che ha presentato un disegno legge per introdurre il reato di tortura nel codice penale – parla di “comportamento gravemente e costantemente omissivo del Pm” e di giustizia sommaria per il caso Uva, aggiungendo che si assumerà la piena responsabilità di queste affermazioni.

Nel frattempo Lucia Uva chiede che l’indagine venga assegnata ad un altro pubblico ministero che voglia davvero cercare la verità e la giustizia, e questo appello diventa un altro tassello della mobilitazione di queste donne, donne di uomini morti mentre erano in custodia allo Stato, donne che non vanno lasciate sole.