“Io presidente della Repubblica? Ma come farò, zoppo come sono, a passare in rassegna le truppe alle parate militari?”. E’ l’alba dell’11 maggio 1948. Luigi Einaudi, sorpreso e imbarazzato, risponde con una battuta a Giulio Andreotti, venuto a offrirgli la candidatura al Quirinale per conto del suo principale, Alcide De Gasperi. La replica del giovane e astuto sottosegretario alla presidenza del Consiglio è fulminante: “Non si preoccupi, potrà farlo in automobile”. Così a 74 anni, l’economista di Carrù (Cuneo), figlio di un funzionario delle imposte, da tre anni governatore della Banca d’Italia, diventa il primo presidente “effettivo” della Repubblica italiana dopo il “provvisorio” Enrico De Nicola.

Curiosamente anche lui, come il predecessore, è un monarchico convinto: la Repubblica non riesce proprio a darsi un presidente repubblicano. Lui però ha un pedigree antifascista di tutto rispetto. Liberale doc, nel 1919 è divenuto senatore del Regno, nel 1924 ha aderito all’Unione nazionale di Giovanni Amendola, nel 1925 ha firmato il Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce ed è andato in esilio in Svizzera, in costante contatto con altri simboli della cultura democratica come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Ha dovuto smettere di scrivere di economia per La Stampa e il Corriere, normalizzati quasi subito dal regime. Ma è divenuto corrispondente economico dell’Economist. Al Quirinale, Einaudi sale davvero malvolentieri. Non è il tipo da farsi pregare e desiderare, come De Nicola: no, lui a quel posto non tiene proprio. Infatti non ha fatto nulla per arrivarci. Al contrario di don Enrico che invece, a furia di minacciare le dimissioni, ora ci ha preso gusto e briga sottobanco per succedere a se stesso per altri sette anni: ha persino fatto portare nell’appartamento presidenziale del Quirinale (dove non ha mai risieduto in quanto provvisorio) un letto d’ottone e un quadro d’autore. Ma a De Gasperi e al resto della classe politica, due anni di sue bizze e bizzarrie sono bastate. E della sua rielezione non vogliono neppure sentir parlare. Lui alla fine capisce di essere di troppo, e si ritira in buon ordine.

I primi franchi tiratori

L’Alcide, dapprincipio, punta sul fedele ex ministro degli Esteri, il conte Carlo Sforza, repubblicano. Che incoccia però in una gragnuola di veti incrociati: quello dei socialcomunisti i quali, ancora bruciati dalla storica batosta del Fronte Popolare il 18 aprile ‘48, gli rimproverano l’eccessiva fedeltà agli Stati Uniti (“stenterello in uniforme americana”, l’ha ribattezzato sprezzante Palmiro Togliatti); quello dei “professorini” della sinistra Dc, Dossetti, Fanfani e La Pira, allarmatissimi per la sua fama di mangiapreti e dongiovanni impenitente; e infine quello di Giuseppe Saragat, ansioso di mostrarsi il più indipendente possibile da De Gasperi agli occhi degli ex-compagni socialisti che già lo bollano di “traditore” per lo strappo socialdemocratico.

Il 10 maggio, al primo scrutinio, Sforza raccoglie appena 353 voti su 833 votanti (contro i 396 rastrellati da De Nicola, che pure s’è ritirato). Per la prima volta, nel Parlamento repubblicano, fanno la loro comparsa i “franchi tiratori”, tutti della sinistra democristiana. Saragat vota Ivanoe Bonomi, vecchio notabile liberale. I comunisti tentano subito di accordarsi con la sinistra Dc per buggerare De Gasperi eleggendo Einaudi prima del quarto turno (quando il quorum dei due terzi scenderà al 50 per cento più uno, rendendo superflui i loro voti); e il bigotto La Pira ci sta, anche perché lo statista piemontese è, sì, un liberale, ma anche un buon cattolico di sani principi.

Non che De Gasperi non stimi Einaudi, anzi: il suo credo liberista e la sua collocazione sinceramente filoatlantica sono al di sopra di ogni sospetto. Così come la sua competenza finanziaria, che può rivelarsi molto utile per appoggiare le politiche necessarie a salvare l’Italia dalla bancarotta post-bellica. Altrimenti il premier non l’avrebbe chiamato con sé nel ‘47 come vicepresidente del Consiglio e ministro delle Finanze, Tesoro e Bilancio nel suo quarto governo, dove la sua politica finanziaria improntata al calo delle tasse e dei dazi ha dato volano a quello che poi sarà il boom economico. È il suo inflessibile rigore a metterlo in soggezione: nella sua spartana ossessione per la sobrietà e l’austerità, il governatore se l’è presa persino con l’aumento degli incassi dei botteghini del cinema, visti come un pericoloso salasso ai risparmi privati degli italiani.

“Sette anni di Einaudi, ma te ne rendi conto?”, va sospirando l’Alcide con il fido Andreotti.Alla fine, però, dopo una notte passata tra dubbi angosciosi, è costretto a mollare Sforza e a ripiegare su Einaudi, per sventare il golpettino Togliatti-La Pira, che tra l’altro spaccherebbe vieppiù la Dc. A quel punto il Fronte Popolare ripiega su una candidatura di bandiera: il solito, vecchissimo Vittorio Emanuele Orlando.

E ora chi lo dice a Sforza?

Tocca ad Andreotti, accompagnato da Cingolani e Piccioni, l’ingrato compito di portare la ferale notizia a Sforza, il mattino dell’11 maggio. Il conte, chiuso nel suo studio, è così sicuro di farcela che già sta ripassando il discorso d’investitura presidenziale. “Come non detto, senza rancore”, ribatte acido ai tre infausti messaggeri. Poi, trattenendo a stento il furore, li congeda gelidamente. Ma i suoi compagni di partito ancora non disperano. Ugo La Malfa e Randolfo Pacciardi piombano in casa Sforza subito dopo e di lì il secondo telefona a Saragat per offrirgli poltrone e ministeri in cambio dell’appoggio al conte.

“Sono Giuseppe Saragat, non un mercante di vacche”, è la risposta dall’altro capo del filo. Andreotti intanto è già da Einaudi. Che quello stesso mattino, al quarto scrutinio, viene eletto con 518 voti su 871 (il 57.5 per cento): quelli di Dc, Pli e Pri. Il Pci, il Psi e – curiosamente – il Msi votano Orlando. Intanto i commessi del Quirinale corrono a portar via il letto d’ottone e il quadro d’autore incautamente recapitati dall’indefesso De Nicola. Sono le 8 della sera quando il giornale radio dirama la notizia agli italiani. “Luigi, ti hanno proprio eletto”, annuncia la moglie del neopresidente, donna Ida Pellegrini, al marito. Lui, che pure sa già tutto, non riesce a nascondere un tipico imbarazzo piemontese. Non per nulla, mentre la votazione era ancora in alto mare, aveva lasciato il Parlamento per rintanarsi nella villetta sulla via Tuscolana riservata ai governatori di Bankitalia.

“Che peccato, però, lasciare la nostra casetta in Piemonte”, è il suo primo commento. E poi, agli amici liberali venuti a congratularsi: “Che peccato non poter più scrivere di economia sui giornali”. “Ma diavolo, presidente – cerca di rincuorarlo uno dei presenti – lei potrà scrivere quanto le pare, usando uno pseudonimo”. “Questo mai – ribatte lui – non sarebbe leale”. Alla fine arrivano anche i presidenti della Camera e del Senato, Gronchi e Bonomi. “Che Dio mi perdoni per l’orgoglio di questa mia accettazione”, dice loro arrossendo ancora. Poi lancia un brindisi, andando a prendere una bottiglia di Nebbiolo dei suoi filari: “Qui bisogna bere, bisogna bere… già, ma come facciamo: in casa abbiamo solo dodici bicchieri”. Si beve a turno, quel giorno, in casa Einaudi. L’indomani il presidente giura. Poi legge con voce appena tremante l’allocuzione di insediamento davanti alle Camere riunite. Discorso breve, asciutto, impeccabile.

De Gasperi l’ha convinto a trasferirsi al Quirinale (sebbene lui preferisca Palazzo Giustiniani, “perché lì c’è l’orto e mi piacerebbe coltivarlo”). Ma la prima sera scoppia subito un incidente diplomatico : l’appartamento presidenziale è ancora come l’hanno lasciato re Vittorio Emanuele III e la regina Elena, che dormivano in camere diverse. Ci sono le stanze degli ospiti, con due letti sì, ma separati. Luigi e Ida, però, non vogliono rinunciare alla loro intimità nemmeno per una notte. I commessi, agitatissimi, risolvono la tragedia accostando i due letti. Quello matrimoniale arriverà solo qualche giorno più tardi. Comincia così il miglior settennato presidenziale che la Repubblica italiana abbia mai conosciuto, proprio mentre il Paese apre le ali per planare verso la Ricostruzione.

Il presidente, poggiato all’inseparabile bastone, è l’immagine dell’Italia pulita, laboriosa, competente, discreta. Rarissimamente farà parlare di sé, mai sarà sfiorato dal benchè minimo sospetto di scorrettezza istituzionale o di interesse personale. Una volta, nel 1953, la Dc tenta di porre il veto su un ministro – Salvatore Aldisio – scelto da lui e dal presidente del Consiglio Giuseppe Pella in fase di rimpasto: è Aldo Moro a portare il diktat al Quirinale. Einaudi, a questo primo sopruso partitocratico, risponde per le rime con una durissima nota ai capigruppo parlamentari. E visto che Pella, abbandonato dai suoi ministri timorosi di scontrarsi col proprio partito, non se la sente di tener duro, il presidente lascia cadere il governo pur di non cedere di un millimetro dalle sue prerogative. Convinto com’era che “non le lotte e le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e le unanimità dei consensi”. Una lezione per qualche successore, ossessionato dal mito delle “larghe intese”, del “moderare i toni” e dell’evitare “scontri”.

Il “vilipendio” di Guareschi

Un giorno il Candido di Giovanni Guareschi pubblica una feroce vignetta che lo ritrae piccolo piccolo, al fianco di un enorme corazziere che presenta le armi a un bottiglione di Barolo di Dogliani (dove il Presidente ha la sua tenuta agricola, produttrice di vini prelibati). Un magistrato zelante incrimina Guareschi per vilipendio, ma Einaudi – appena lo viene a sapere – monta su tutte le furie. Strapazza il Guardasigilli, che ha concesso l’autorizzazione a procedere contro lo scrittore, poi fa sapere ai giornali che lui con quella smarronata della magistratura non ha nulla a che fare. “Ma come – confida a un amico – in 85 anni di monarchia i re e le regine sono stati bersaglio continuo della satira, e non s’è mai fatto un processo come questo. La Repubblica democratica è forse meno tollerante della monarchia, al punto di processare chi ironizza sul fatto che il presidente sia stato e voglia restare produttore e venditore di vini?”.

Un giorno Einaudi invita a pranzo al Quirinale la redazione de Il Mondo di Mario Pannunzio. C’è anche Ennio Flaiano, che anni dopo racconterà la scena ne La solitudine del satiro: “Alla frutta, il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi i napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto eccetto il melone spaccato. E, tra quei frutti, delle pere molto grandi. Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: ‘Io prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?’”. Flaiano alza la mano: “Io”. “Qui finiscono i miei ricordi sul presidente Einaudi”, concluderà lo scrittore. “Qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l’Italia la repubblica delle pere indivise”. Già: nel 1955, quando si tratterà di eleggere il nuovo presidente della Repubblica, a nessuno verrà in mente di confermare Luigi Einaudi. Chissà mai perché.

QUIRINALE, GLI 11 
Enrico De Nicola, il monarchico col paltò rivoltato