C’è un posto, nell’Europa schiacciata da spread e debiti, dove i numeri sorridono. Il governo dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom) otterrà ben 35,5 milioni di euro dai dividendi dell’operatore telefonico Makedonski. A ciò si aggiunga il miliardo e mezzo di investimenti previsti nel quadriennio 2013-2017 nel settore infrastrutturale energetico, annunciati a pochi giorni dalle elezioni amministrative che hanno visto la vittoria del partito di governo Vmro-Dpmne (con il 45,8 per cento dei voti). Lo scorso 24 marzo sono stati eletti al primo round 51 sindaci dei comuni, mentre il ballottaggio ha visto interessati altri 28 comuni e la capitale, Skopje. Nonostante l’assenza di episodi di violenza, ben 428 sono state le segnalazioni presentate alla Commissione elettorale. Qualcuno lascia intendere che vi siano stati dei brogli nel Paese che conta 2 milioni di abitanti ed è composto per il 60 % da slavi, per il 25 % da albanesi e altre etnie. E che è stato ribattezzato come la prossima polveriera d’Europa: dove affari e ideologie si mescolano pericolosamente.

La Fyrom è al centro di due fuochi. Da un lato la disputa relativa al nome “Macedonia” con i vicini ellenici, dal momento che quel nome è parte della storia greca di Alessandro Magno che aveva base non solo a Filippi (nella Grecia settentrionale) ma anche a Dion, ai piedi dell’Olimpo. Tre le obiezioni sollevate dal governo di Atene spicca il nome “Macedonia” che indica anche l’odierna regione greca Macedonia. C’era poi la vecchia questione della bandiera della Repubblica macedone sulla quale troneggiava la Stella di Vergina, simbolo della Dinastia di Filippo il Macedone che venne poi tolta per le recriminazioni greche.

E dall’altro il possibile snodo della giovane repubblica come nuovo porto franco per business, leciti e non. Ma ecco che al di là della bandiera, dei nazionalismi e delle strumentalizzazioni per nomi e sigle, un fatto preciso è che i big europei vorrebbero fare di Skopje la nuova frontiera degli affari, cui seguono purtroppo anche i malaffari, dal momento che la criminalità organizzata kosovara non vede l’ora di mettere le mani su fondi europei di sviluppo e sui mega appalti. All’orizzonte si registra una forte spinta per entrare nell’Ue (richiesta già inviata, al pari della Turchia) sulla traccia dell’allargamento democratico. In quel caso si aprirebbe un portone per: transazioni finanziarie (molte le banche che già operano in loco con conti alla “cipriota”); delocalizzazione delle aziende europee; possibilità per le multinazionali di aggiudicarsi appalti sul modello greco post-memorandum; pericolo della criminalità organizzata, dal momento che sarebbe più facile (così come accade oggi da Bulgaria e Romania) far arrivare in Italia droga, armi e prostituzione.

Intanto periodicamente accadono eventi spiacevoli, come la distruzione di un cimitero militare greco lo scorso 13 marzo, episodi che confermano le conseguenze del nazionalismo e del populismo che si coltivano nella Fyrom. Si prenda il distretto di Skopje, Bazaar, sulla riva del Vardar, con i suoi bar e ristoranti caratteristici che fino a un paio di anni fa pulsava di vita. Poi sono iniziati gli episodi di violenza tra macedoni e albanesi. Più volte il primo ministro Gruevski, allarmato per l’immagine del paese a livello internazionale, è intervenuto invitando alla calma e minimizzando gli attacchi crescenti. Ciò non toglie che esista una ferma rivalità tra le comunità, che rischia di destabilizzare il Paese. Da un lato l’ideologia ufficiale, che alimenta forti nazionalismi in entrambe le comunità. Dall’altro gli albanesi che rifiutano il ruolo di minoranza, ma vorrebbero gli stessi diritti degli slavi macedoni.

Mai, dalla fondazione dello stato di Macedonia nel 1991, macedoni e albanesi si sono sentiti fratelli. Tanto che attualmente tutti evitano di parlare di un nuovo 2001, quando la rivalità tra le due etnie è sfociata in un conflitto armato. Le condizioni non sono identiche, ma la spinta politica divergente di Gruevski verso la società albanese, avviene in un momento in cui le sirene nazionaliste in Kosovo e in Albania fanno saltare le visioni di un consolidamento transfrontaliero della nazione. Qualcuno inizia a lanciare precise accuse alla stampa locale, dal momento che i giornalisti sono coinvolti nell’intreccio di interessi fra imprese, media e politica. Lo conferma il fatto che la stragrande maggioranza dei media è di proprietà di aziende strettamente legate ai partiti, nonostante una recente proposta di legge che vorrebbe separare la proprietà dei media dalla politica.

La fortuna, tra l’altro, non sembra essere dalla parte del premier. E’ di pochi giorni fa infatti la notizia dell’arresto a Londra di Subrata Roy, il miliardario che aveva promesso solidi investimenti al governo di Skopje. Il presidente del gigante indiano Sahara Group, al suo atterraggio con il suo aereo privato a Heathrow, è stato bloccato nientemeno che dagli agenti dell’MI6, i servizi segreti britannici. Dovrà rispondere di riciclaggio di ingenti somme di denaro ed evasione fiscale. E il rischio di una nuova polveriera europea, resa ancor più tale da nuovi business e altissimi livelli di malavita, non contribuisce certo a calmierare un continente martoriato da debiti, default e affari poco limpidi.

Aggiornato da redazione web l’1 aprile 2013 alle 13.25