Il Capo dello Stato testimone nel nuovo processo sulla strage di via D’Amelio. La Corte di Assise di Caltanissetta ha chiesto che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano deponga al nuovo processo per l’omicidio del giudice Paolo Borsellino che si è aperto oggi a Caltanissetta. La Corte ha però escluso che la testimonianza possa riguardare le telefonate intercettate tra il Quirinale e l’ex ministro Nicola Mancino. A chiedere l’esame testimoniale di Napolitano è stato il legale di Salvatore Borselino, fratello del giudice ucciso, che si è costituito parte civile al processo. Nell’eccidio del 19 luglio del 1992 morirono Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Alla sbarra ci sono il boss mafioso Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, che avrebbero avuto un ruolo importante nella fase preparatoria della strage. Alla sbarra anche Vincenzo Scarantino e gli altri falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci che devono rispondere di calunnia.

La corte ha escluso che la testimonianza possa incentrarsi sulle confidenze che Mancino avrebbe fatto al Capo dello Stato nel corso di alcune telefonate intercettate dalla Procura di Palermo durante l’indagine sulla trattativa Stato-mafia. I giudici hanno ritenuto “manifestamente irrilevante” l’eventuale testimonianza sul punto, sottolineando, inoltre, che un’eventuale ammissione avrebbe potuto pregiudicare la riservatezza delle conversazioni del presidente della Repubblica.

Diversa la valutazione della Corte sugli altri argomenti sollecitati dalla difesa di Borsellino nella sua istanza istruttoria: il Capo dello Stato, dunque, verrà sentito su quanto a sua eventuale conoscenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sulla sostituzione ala guida del ministero dell’Interno, nel 92, di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino e sulle difficoltà che incontrò in Parlamento, nel 92, la conversione del decreto legge sul carcere duro. Tutte circostanze che il Capo dello Stato avrebbe appreso nella veste di presidente della Camera che rivestiva negli anni delle stragi mafiose del ’92 e del ’93. 

E’ lunga e importantissima anche la lista degli altri testimoni: politici, magistrati,esponenti delle forze dell’ordine, 007 e pentiti. La Corte d’Assise ha ammesso infatti tutte le richieste istruttorie di pm e delle parti: solo la Procura aveva inserito nella propria lista testi 300 persone. Tra i politici saliranno sul banco dei testimoni l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Nicola Mancino e Giovanni Conso, e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato. Ammessa anche la deposizione dell’attuale capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

La corte ha citato a testimoniare, inoltre, l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, diversi esponenti delle forze dell’ordine e dei Servizi e magistrati come Ilda Boccassini e Annamaria Palma, che all’epoca della strage costata la vita al giudice Borsellino, erano in servizio a Caltanissetta. Sul banco dei testi anche numerosi pentiti, tra i quali Giovanni Brusca e Gaspare Spatuzza, già condannato in abbreviato.

Lo scorso 13 marzo in abbreviato c’erano state le prime condanne: il giudice per l’udienza preliminare di Caltanissetta Lirio Conti ha condannato a quindici anni di carcere per strage il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il boss di Brancaccio che nel 2008 aveva raccontato la sua verità sul botto di via d’Amelio. Il gup ha anche inflitto dieci anni di carcere Fabio Tranchina, l’altro collaboratore di giustizia che con le sue dichiarazioni aveva “avvicinato” la regia della strage a Brancaccio.

Dopo una fase preparatoria affidata a Spatuzza, a premere materialmente il telecomando di morte sarebbe stato il boss Giuseppe Graviano appostato dietro un muretto alle spalle di via d’Amelio. Per anni si era indagato su un possibile coinvolgimento dei servizi che avrebbero azionato l’autobomba appostati sul vicino Castello Utveggio: ipotesi a questo punto da scartare. Insieme ai due nuovi collaboratori di giustizia aveva scelto il rito abbreviato anche Salvatore Candura, altro falso pentito che in tandem con Scarantino aveva depistato le indagini sulla strage più oscura degli ultimi anni. A Candura, accusato di calunnia, il gup ha inflitto una pena a dodici anni di carcere. “Questa sentenza dimostra che la nostra tesi accusatoria ha retto. E’ positiva perché sono state accolte tutte le nostre richieste” era stato il commento del procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari.

Spatuzza U Tignusu, killer di fiducia dei fratelli Graviano, cinque anni fa aveva deciso di collaborare con la magistratura. E le prime dichiarazioni da collaboratore erano proprio su quella strage e su quella Fiat 126, rubata, imbottita di esplosivo e parcheggiata a pochi metri dal numero 21 di via Mariano D’Amelio. Di quel massacro e del furto della Fiat 126 si autoaccusò Vincenzo Scarantino, un piccolo malavitoso della Guadagna elevato al rango di boss mafioso da una nota del Sisde di Bruno Contrada. Dichiarazioni fasulle quelle di Scarantino, che nonostante fossero poi state ritrattate sono comunque costate condanne definitive al fine pena mai per Gaetano Murana, Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Giuseppe Urso, Salvatore Profeta e Gaetano Scotto: tutti innocenti, da oltre 15 anni in carcere in regime di 41 bis, tornati liberi soltanto nei mesi scorsi (tranne Scotto che ha altre condanne da scontare).

E se le nuove tessere del puzzle sembrano aver ridisegnato in maniera efficace i ruoli esecutivi della strage, molti interrogativi rimangono ancora aperti. Dai reali motivi che avrebbero portato i poliziotti di Arnaldo La Barbera a depistare le indagini imbeccando Scarantino, alle cointeressenze istituzionali che avrebbero coperto la strage. Per la procura di Palermo il “botto” di via d’Amelio ha una valenza importantissima nella trattativa Stato – mafia. Borsellino infatti sarebbe stato a conoscenza dei contatti tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra e per questo il progetto per assassinarlo sarebbe stato eseguito a tappe forzate, appena due mesi dopo la strage di Capaci. Resta inoltre ancora aperta e senza risposte l’incognita più oscura: la scomparsa dell’Agenda Rossa. Era lì che Borsellino appuntava le informazioni più delicate di cui era a conoscenza. Ma quella che per molti è la scatola nera della seconda Repubblica è svanita nell’inferno di via d’Amelio.