Fiuuuuu… Ero preoccupato per un mio amico che era finito là dentro, fra gli onorevoli, e adesso era lì a votare. Non è da poco che lo conosco: vent’anni fa era un ragazzo della Rete (la Rete di Catania, roba dura) e si comportava bene, senza paura. Poi, da una cosa all’altra, è finito fra i grillini: quattro o cinque anni fa, a Catania, avevano un bugigattolo in via Stazione, e lui c’era dentro fino al collo, fra i fondatori. Lavoravano bene, i grillini, a quel tempo, perciò capitava spesso di ritrovarci insieme su questa o quella faccenda. Poi ci fu un anno di crisi (il ciclone Sonia Alfano, che riuscì quasi a sfasciarli), poi si rimisero in moto, e ancora per un paio d’anni ci fu olio di gomiti e lavoro oscuro. Infine, negli ultimi mesi, arriva la grande ondata: i catanesi all’improvviso si scoprono tutti rivoluzionari e oppositori, e tutto sommato è un bel premio per il mio amico e i suoi colleghi grillini della prima ora.

E ora eccoli là, disperati, con la testa fra le mani. I capi hanno ordinato: “State neutrali! Restate fuori!”. Neutrali un cavolo, quando da una parte hai un giudice antimafia (magari non dei pèiù scelti) e dall’altro uno di quelli là, che in Sicilia conosciamo fin troppo bene.

Così sono stato un paio d’ore col fiato sospeso. Perché se un mio amico non se la sente, un siciliano, di scegliere fra amici e nemici dei mafiosi, non è più un mio amico, gli debbo obbligatoriamente togliere il saluto. E Dio sa quanto mi costerebbe in questo caso. La politica è una bella cosa, ma ci sono cose più importanti. “Me l’ha ordinato il Partito” non è una giustificazione per tutto.

I minuti passavano, e alla fine il mio amico siciliano ha preso una decisione. E va bene, il Partito dirà quello che vuole. Io intanto sono un siciliano, e la mafia io lo so che cos’è. E se il Partito non lo capisce, peggio per il Partito.

Così, in Italia nel 2013, alla faccia dei grandi capi (dell’una e dell’altra parte, Casaleggio l’Infallibile come il Gran Maresciallo D’Alema), la libertà è andata avanti. Ci berremo un bicchiere, quando torni a Catania. E poi litigheremo, perché lo sai benissimo come la penso io: col cavolo, che voto per te e per i tuoi capi. Ma sull’antimafia no, su quello le idee le abbiamo chiare tutt’e due. In fondo il partito vero – vent’anni di lotte durissime, non chiacchiere da intellettuali – è questo qua nostro, e neanche ha bisogno di un nome.

Va bene: ce ne saranno di rospi da ingoiare, di amici da convincere, di fanatici da mettere da parte, di gente da far ragionare. Andiamo avanti così, anche se non è facile. E alla fine da qualche parte si arriva.