Venezia 83, la polvere sotto il red carpet. Tante luci nel report di Giuli ma il cinema guadagna solo con Zalone
Ancora una volta la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stata l’occasione per una simpatica passerella istituzionale, nell’ambito degli spazi dell’“Italian Pavilion” curati da Cinecittà spa, un luogo di confronto (per quanto ovattato) tra i professionisti del settore: giovedì 3 settembre è stata presentata l’edizione n° 15 del dossier “I numeri del cinema e dell’audiovisivo italiano” (anno 2025) curato dalla Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, guidata dal settembre dell’anno scorso da Giorgio Carlo Brugnoni, che è curiosamente anche Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura (caso anomalo più unico che raro nella storia della pubblica amministrazione italiana, ricoprendo un ruolo sia di direzione amministrativa sia di indirizzo politico).
Secondo queste numerologie – illustrate da Bruno Zambardino dell’Ufficio Studi della Dgca – lo stato di salute del settore cinematografico e audiovisivo italiano sarebbe eccellente. Il Dg Brugnoni ha confermato questa lettura positiva del dataset proposto. La Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni ha rinnovato il suo abituale entusiasmo.
Insomma, va tutto bene, fors’anche benissimo. Ma è la verità o soltanto l’apparenza?!
Quaranta anni di esperienza nell’ambito della ricerca sociologica, culturologica, mediologica mi consentono di ricordare – anche come presidente dell’IsICult – che non tutto quel che luccica è oro, e al tempo stesso che non ha molto senso chiedere all’oste com’è il vino.
Evidente è l’operazione comunicazionale “ad usum delphini” del report proposto dalla Dgca, iniziativa che peraltro ha registrato l’indomani un disinteresse quasi totale della stampa e dei media: la quasi totalità dei giornalisti italiani sembrano purtroppo più interessati al red carpet, alle mise delle attrici, ai pettegolezzi sulle star, che allo stato di salute dell’industria cinematografica e audiovisiva…
Può essere noioso citare ancora una volta la famosa poesia di Trilussa sul “pollo” e sulle possibili manipolazioni della statistica: lungi da me ipotizzare che il report dei “numeri” dell’anno 2025 della Dgca rappresenti un digesto di “fake news”… Semplicemente la lettura che viene proposta è – a mio avviso – viziata dalla totale assenza di approccio critico. Pecca di assoluta autoreferenzialità.
Il Dg Brugnoni si è anche (auto)compiaciuto per l’efficientamento della macchina amministrativa che è stato chiamato a guidare. A fine 2025, ha spiegato, erano circa 2mila le pratiche “tax credit” ancora da istruire: “In sette mesi, ne sono state istruite più di 1.500 e sono stati riconosciuti crediti d’imposta preliminari per 1.520 pratiche, per oltre 500 milioni”. Questo dato è ben poco significativo, perché privo di comparabilità con l’andamento della direzione sotto il suo predecessore, quel Nicola Borrelli che ha guidato la Dgca per oltre un decennio, prima di essere costretto alle dimissioni nel luglio 2025 a mo’ di capro espiatorio per le vicende dello scandalo del credito d’imposta amplificato dalla vicenda dell’uomo accusato del duplice omicidio di Villa Pamphili, il sedicente “produttore” Francis Kaufmann… E se sulla vicenda del “tax credit” fuori controllo si attendono ancora gli esiti delle indagini promosse dalla Procura di Roma, sono molti gli operatori del settore che lamentano i perduranti ritardi della Dgca sotto la gestione Brugnoni, esasperazioni burocratiche e lentezze aggravate. Ma il vino è buono, anzi ottimo, sostiene l’oste. Prevalgono ipocrisia e narcisismo.
Insomma, la Sottosegretaria sorride, il Dg condivide, ed il ministro Alessandro Giuli (in quota FdI) ne approfitta per enfatizzare che la “riforma” della Legge Franceschini procede in una concordia generale tra maggioranza e opposizione: possiamo “riformare senza litigare” ha dichiarato a Venezia, teorizzando addirittura “uno stil novo” (sic). Ed in effetti si avrà la prova del nove di questa “pacificazione” universale-trasversale mercoledì prossimo 9 settembre, quando in Aula a Montecitorio verrà affrontato quel testo “unificato” che doveva essere votato il 6 agosto, ma che è stato rimandato in extremis proprio alla chiusura dei lavori parlamentari.
Una domanda, però: ma se il settore è così in buona salute, perché da anni (quasi) tutte le associazioni del settore lamentano una crisi radicale e pervasiva, ed esasperatamente invocano una nuova legge?!
Va dato atto al Ministro di aver recuperato risorse per il settore, e nel 2026 il Fondo Cinema e Audiovisivo è stato incrementato dagli originari 606 milioni a 660 milioni di euro, senza peraltro spiegare però come verranno allocati i danari dell’integrazione e senza criticare l’asimmetria del sostegno pubblico a tutto vantaggio del controverso “tax credit” (441 milioni sui 606 originari). Ennesimo errore di “accountability”, e d’altronde il report numerologico della Dgca ignora paradossalmente quella “valutazione di impatto” (che dovrebbe essere uno strumento di analisi indipendente anche se tale non è) che lo stesso ministro ha trasmesso al Parlamento soltanto a metà luglio 2025, in relazione all’anno… 2024!
“Strange things”: dico e non dico, mostro e non mostro. Nella migliore tradizione dei prestigiatori. Artisti dell’illusione e della magia.
Esempi di dati a rischio di manipolazione interpretativa?!
Nel 2025 sono stati classificati 403 lungometraggi, di cui 272 interamente italiani (150 opere di finzione e 122 documentari) e 92 coproduzioni. Così recita il report “numerologico” della Dgca. Ma quante di queste opere sono state proiettate nei cinematografi, e con quali risultati opera per opera? Il report non dice, ma – su dati Cinetel – registra complessivamente 330 film usciti in sala e 180 milioni di euro di incasso, celebrati come “ritorno ai livelli del 2019”, salvo ammettere che 76 milioni (il 42 %!) li ha fatti un solo film, Buen Camino di Checco Zalone. Senza quella rondine, l’incasso dei film del 2025 scende a 104 milioni: meno dei 130 del 2024. Non è una rondine a fare primavera… Il ministro ricorda anche i ben 230 milioni di euro di finanziamenti da Pnrr per gli studios di Cinecittà, ma ignora che a breve questo sovvenzionamento pubblico rischia di rivelarsi fallimentare, a causa dello strapotere emergente ed incontrollato delle tecnologie dell’intelligenza artificiale…
Ancora una volta, una fotografia parziale (e distorta) dello stato di salute del settore. Ha ancora ragione Trilussa.