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Il governo non risponde da anni sulla discrezionalità nelle promozioni in Polizia: un problema di democrazia

Questo silenzio non può essere liquidato come semplice inerzia burocratica. Non rispondere è politicamente funzionale alla conservazione del sistema
Il governo non risponde da anni sulla discrezionalità nelle promozioni in Polizia: un problema di democrazia
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Quando viene presentata un’interrogazione parlamentare, il Governo raccoglie informazioni e deve istruire una risposta. Per questo c’è da rimanere basiti davanti al silenzio che da ventuno mesi circonda l’interrogazione n. 4-03952, presentata da Luciano D’Alfonso il 9 dicembre 2024 al Ministro dell’Interno.
L’esecutivo deve rispondere entro venti giorni. Ne sono trascorsi oltre 630. È una patologia che ha attraversato maggioranze di ogni colore. Ma ciò non rende il problema meno grave.

Questo silenzio non può essere liquidato come semplice inerzia burocratica. Il Parlamento ha chiesto trasparenza sulla discrezionalità nelle progressioni di carriera dei dirigenti della Polizia di Stato ponendo specifiche questioni. Non rispondere lascia le mani libere ed è politicamente funzionale alla conservazione del sistema che l’interrogazione mette in discussione.

È il tema sollevato anche nel libro C’era una volta il Questore, nel quale si denuncia il rischio che l’eccessiva discrezionalità nelle promozioni diventi lo strumento attraverso cui il merito cede il passo all’utilità di sistema. La domanda è semplice: come viene costruita la classe dirigente della Polizia di Stato? Quanto pesano davvero merito, esperienza sul territorio e autonomia tecnica?

La discrezionalità è fisiologica finché non diventa tanto ampia da giustificare qualunque scelta. Nei quaderni di valutazione per primo dirigente e dirigente superiore molte voci sono oggettive, ma incidono poco sul punteggio complessivo; la valutazione finale, esclusivamente discrezionale, può invece stravolgere la graduatoria. Ancora maggiore è il margine per la promozione a dirigente generale, l’ultimo gradino. Così chi ha costruito con sacrificio un percorso completo sul territorio può essere superato facilmente da chi beneficia di quella leva. È una dinamica non nuova ma che negli ultimi anni pare essersi accentuata, rendendo sempre meno leggibile il confine tra merito e utilità.

Quando il merito cede all’utilità di sistema, non è più un problema di carriere: significa affidare maggiori responsabilità anche a chi non ha maturato la necessaria esperienza operativa. E diventa un problema di sicurezza.

E così, sempre più spesso, si leggono tra i promossi profili provenienti da strutture centrali, direzioni e incarichi dipartimentali, lontani dalla pressione quotidiana della gestione operativa; sempre meno, invece, coloro che sudano sul territorio, acquisendo quell’esperienza completa necessaria per assumere incarichi più elevati. Non ho nulla contro le persone promosse ma discuto modalità e metodo. E io ho raggiunto i massimi livelli possibili. Allora, quale interesse vuole premiare il sistema?

Lo stesso interrogativo nasce davanti ad avvicendamenti di Questori che assumono la forma di ricollocazioni compensative. Se un Questore viene considerato non adeguato in una sede, perché lo si manda in un’altra analoga? Quando le motivazioni non sono leggibili, nasce il sospetto che l’opportunità prevalga sul merito e che sollecitazioni politiche possano incidere su scelte che devono restare tecniche.

Molti anni fa un autorevole vertice del Dipartimento mi raccontò che a un grande Capo della Polizia fu chiesta, da un importante esponente della maggioranza di Governo, la rimozione del Questore di una grande città per le ricadute politiche di una gestione dell’ordine pubblico. Rifiutò: le valutazioni tecniche erano corrette, salvaguardavano la sicurezza e non potevano essere sacrificate per altri interessi. Non è nostalgia. La politica ha sempre cercato di esercitare il proprio peso. La differenza la fa un’Amministrazione capace di contenerlo. Quando quel confine diventa più permeabile e l’interesse politico si confonde con la valutazione tecnica, l’autonomia si indebolisce senza bisogno che nessuno formalmente la cancelli. E la politica trasborda.

L’autonomia non si proclama: si esercita quando costa. Il Governo cambia. Lo Stato resta. Per questo il silenzio sulla 4-03952 infastidisce profondamente. Si chiede soltanto che vadano avanti i migliori, non i più funzionali a una stagione politica: i migliori, così come puntualmente sentiamo in ogni campagna elettorale, salvo poi, altrettanto puntualmente, disattendere i propositi. Perché una classe dirigente che deve troppo al sistema politico avrà inevitabilmente più difficoltà a contraddirlo.

La Polizia di Stato e i suoi dirigenti appartengono alla Repubblica, non a chi temporaneamente governa.
E una democrazia si misura anche dalla disponibilità del potere a farsi controllare. Quando il Parlamento domanda e il Governo sceglie il silenzio, non è più soltanto una questione di Questori. È una questione di democrazia.

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