Inaugurando la nuova stazione Tav di Porta Susa a Torino, l’ex presidente del Consiglio Mario Monti l’ha indicata quale “simbolo di un Paese che non ha paura”. Alla lettura di questa frase per me è stato inevitabile richiamare le violente cariche della polizia contro le legittime proteste del Movimento No Tav in Val di Susa, azioni di repressione del dissenso che si sono puntualmente ripetute anche durante l’inaugurazione del terminal ferroviario.

Una reazione di rabbia personalissima – ma credo condivisa da tutte le persone di buon senso che hanno a cuore l’equilibrio ambientale – cresceva con il progredire delle dichiarazioni dell’ex premier alla stampa: “questa stazione è metafora della vita – aggiunge Monti – è il presente che diventa futuro, l’incontro dell’Italia con il domani. L’alta velocità è il simbolo di un Paese che avanza, un Paese aperto, dinamico, coraggioso che sa rinnovarsi e non ha paura del nuovo”.

Vorrei soffermarmi su questa frase per rilevare il cumulo di nefandezze, contraddizioni e falsità contenute, iniziando dal riferimento alla “metafora della vita”: come giustificare questa affermazione con le centinaia di feriti negli scontri, come Luca Abbà, caduto da un traliccio dopo essere stato folgorato, e soprattutto con la devastazione di un patrimonio agricolo e forestale, che aprirebbe la strada ad un dissesto idrogeologico impossibile da arginare e soprattutto ad alto rischio, in relazione alla documentata presenza di amianto e uranio nelle montagne che dovranno essere attraversate da decine di chilometri di gallerie?

Ancora, come valutare il riferimento alla modernizzazione dell’Italia e ad un Paese “aperto e dinamico”? La Tav Torino-Lione, piuttosto, sembra rispondere solo a logiche di mantenimento e foraggiamento del sistema bancario: i 26 miliardi di euro necessari per la realizzazione di un’opera già bollata, come vedremo, quale “l’infrastruttura “più inutile d’Europa”, rischiano di lievitare, secondo uno studio della Corte dei Conti, ad oltre 100 miliardi nell’arco di un ventennio, incrementando illimitatamente il debito pubblico. Un affare appetibile per la finanza, e anche per la casta pronta a ritagliarsi consistenti “porzioni di utilità”. Un “Paese aperto”, dice Monti: certo, alle banche d’affari europee, ma irrimediabilmente chiuso ai pendolari che si vedono irrimediabilmente tagliare tratte ferroviarie ritenute “economicamente svataggiose”. E soprattutto chiuso per cantieri infiniti a Sud di Salerno, con il miraggio di un’autostrada che doveva essere un collante per la coesione del Paese e che invece foraggia le tangenti di ‘ndrangheta e camorra, pronte – ci scommetto – a lucrare anche sulla linea ad alta velocità italo-francese.

Ma a che servono questi 265 chilometri di strada ferrata, mentre il Paese rallenta il passo? Non certo ad alimentare gli scambi sulla direttrice Torino-Lione, costantemente sottoutilizzata anche sul versante autostradale. Non certo a velocizzare il trasporto merci su rotaia, progressivamente ridotto in questi ultimi anni e comunque limitato, per sicurezza a 90 chilometri orari.

Un falso è anche la “prescrizione” Ue per la realizzione dell’infrastruttura: l’Unione europea, per l’integrazione del “corridoio 5” Kiev-Lisbona, parla esplicitamente di collegamenti intermodali, come dimostrano le scelte dell’Ungheria, che ha puntato sulle autostrade, e della Spagna, che ha modificato solo lo scartamento dei binari. Di “alta velocità ferroviaria” non c’è traccia.

E allora, dov’è questo profondo cambiamento sollecitato da Monti? Forse un ritorno al recente passato neoliberista che, non pago di aver messo in svendita il patromonio pubblico, oggi punta ad infierire profondi quanto inutili squarci su uno degli ultimi tesori che possiamo vantare, l’ambiente e il paesaggio?

 Il discorso di Monti è uno schiaffo in faccia allo sviluppo ed alla sostenibilità ambientale, è distruggere l’Italia di oggi a lasciare ai nostri figli boschi abbattuti, fiumi deviati, montagne sventrate. E l’invito dell’ex premier a “vincere le pulsioni istintive e devastanti che bloccano la realizzazione di infrastrutture, la cui esistenza è essenziale per la competitività dell’industria”, ha lo stesso tono dei diktat dittatoriali, senza possibilità di replica, con cui sono state imposte le disastrise decisioni della trojka europea. 

E’ tempo di svelare questi inganni: non credo che ci sia una maggioranza di italiani che voglia grandi opere pubbliche, inutili e costose, come la Tav, credo, piuttosto, in una maggioranza che voglia opere ordinarie, non eventi straordinari che servono solo a sperperare il denaro pubblico. Non solo per riportare il discorso sulle infrastrutture in un ambito di sostenibilità economica ed equilibrio ambientale, ma soprattutto per cancellare poteri forti, lobby, cricche affaristiche trasversali e borghesie mafiose che vorrebbero continuare a lucrare sulla salute e sull’ambiente, ipotecando ogni forma di futuro