L’election day non sarà uguale per tutti. La Lombardia ha fornito ai suoi consiglieri una comoda scorciatoia all’annosa raccolta delle firme, esercizio sul quale lo stesso presidente Formigoni è caduto con la nota vicenda delle firme false. Stavolta è tutto legale, anche se di “gabola” si può parlare, non senza costi aggiuntivi per il contribuente e il rischio di veder naufragare la nuova consiliatura sotto una pioggia di ricorsi.

Il Natale ha portato sotto il Pirellone 5 nuovi gruppi politici in corsa per il voto del 24/25 febbraio. Non nuovi del tutto, in realtà, perché a depositare le richieste sono stati consiglieri in scadenza, annunciando la fuoriuscita dai rispettivi gruppi e la formazione di nuovi. Un abbandono scattato all’unisono e a gruppi di tre, in tempo utile rispetto alla scadenza del 26 gennaio e nel numero legale minimo richiesto dallo statuto. Perché? Perché così facendo possono lasciare ad altri l’onere di raccogliere le firme. Tecnicamente si chiama “spacchettamento” ed è reso possibile da un cambio in corsa che sa tanto di leggina ad hoc. In deroga a una norma di 44 anni, il giorno dello scioglimento del Consiglio regionale, il 26 ottobre, è stato introdotto infatti un comma della nuova legge elettorale lombarda che “esonera dalla sottoscrizione degli elettori le liste espressione di forze politiche corrispondenti ai gruppi (…) presenti nel Consiglio”. Ne hanno beneficiato, in questi giorni, tre consiglieri del Pdl in quota Albertini sotto l’insegna “Lombardia Popolare”. Anche gli ex An hanno subito approfittato della scorciatoia dando vita al gruppo “Centrodestra Nazionale”. Scissione doppia per la Lega: da una parte i tremontiani con la lista “3L – Lista, Lavoro e Libertà” e dall’altra il gruppo “Popolo della Lombardia”. Laceranti divisioni anche nell’Udc hanno prodotto il “Centro Popolare Lombardo”, cui si è aggiunto a sorpresa l’Idv Franco Spada, entrato in Consiglio regionale solo due mesi fa. Appoggeranno il candidato del centrosinistra Umberto Ambrosoli . Ed è così che i gruppi regionali nel giro di 10 giorni sono saliti da 8 a 13. I consiglieri sollevati dalla raccolta firme gravano però sui cittadini che si propongono di rappresentare. Ogni gruppo che nasce, infatti, si porta dietro un gruzzoletto che può arrivare a 100mila euro, ogni neocapogruppo riceverà un’indennità aggiuntiva fino a 1.300 euro al mese e una dote da 70mila per le spese di funzionamento da qui alla nuova legislatura.

La svolta della Lombardia sta sollevando un polverone. Soprattutto tra gli “scissionati”, i gruppi che perdendo per strada uno o più consiglieri sono scesi sotto il numero legale di tre. Idv e Udc vanno incontro allo scioglimento del gruppo e contestuale iscrizione a quello misto. Per loro, simboli storici della politica nazionale (e lombarda), scatterà l’obbligo di raccogliere le firme dal quale sono esentate, paradossalmente, le new entry. C’è già chi annuncia battaglia. Il consigliere dell’Idv Stefano Zamponi, ad esempio, mentre raccoglierà le firme scriverà anche i ricorsi a Tar e Consiglio di Stato: “Il Consiglio regionale si è sciolto il 26 ottobre e da allora avrebbe dovuto approvare solo provvedimenti ‘urgenti e indifferibili’. La nascita di nuovi gruppi non risponde a questo dettato”. La nuova legislatura potrebbe iniziare e decadere subito, qualora i ricorsi venissero accolti.

La scorciatoia lombarda non ha pari nelle altre regioni chiamate al voto, dove le regole non si allargano, ma si stringono. In Molise, ad esempio, si torna alle urne proprio per una storia di liste e firme irregolari che il Consiglio di Stato ha annullato il 16 ottobre scorso. “Siamo sorpresi – spiega Claudio Pian dell’Ufficio di Presidenza – noi abbiamo approvato il 20 dicembre uno statuto molto rigido che non permette trucchi o scorciatoie come in Lombardia. Le mille firme le devono presentare tutti”. Persino nel Lazio di Renata Polverini e Franco Fiorito la raccolta delle firme è obbligatoria per tutte le liste, da quelle dei grandi partiti agli otto gruppi consiliari formati da una sola persona (i famigerati “monogruppi”) che siedono in consiglio.

da Il Fatto Quotidiano del 3 gennaio 2013