Caro Dibba, guarisci presto: c’è un pezzo d’Italia, quella che non urla, che ti pensa con affetto vero
di Poalo Gallo
Caro Alessandro, guarisci presto!
Ti scrivo mentre da Cuba arrivano notizie che ci hanno gelato il sangue. Non avrei mai pensato di scriverti una lettera, ma è quella che sento di dover scrivere adesso, senza aspettare un’occasione più leggera.
Ti ho conosciuto da quando facevi politica nel Movimento 5 Stelle, quello delle origini, quello che credeva davvero di poter cambiare le cose partendo dal basso. Nel 2014, alle elezioni amministrative a Novi Ligure, io ero uno dei tanti “grillini della prima ora”, di quelli che passavano i fine settimana ai gazebo: arrivasti tu, in una cittadina di provincia come tante, e parlasti come se fossimo il centro del mondo. Non era retorica: era il modo in cui hai sempre trattato la gente comune, come se ogni piazza contasse quanto Roma.
Ebbi l’onore di accompagnarti in macchina alla stazione di Alessandria per prendere il treno. Sono stato il tuo autista per mezz’ora, la mia macchina l’auto blu del portavoce nazionale, i finestrini abbassati, tu che parlavi di viaggi, di libri, di politica come se fosse tutta la stessa cosa, la stessa passione. Non ti conoscevo, ma ho capito che c’era qualcosa di vero in te, qualcosa che andava oltre lo slogan del momento.
Sono passati dodici anni. Il Movimento che abbiamo attraversato insieme è cambiato. Tu ne sei uscito, in polemica, senza fare sconti a nessuno, nemmeno a te stesso. E hai fatto quello che pochi, in politica, sanno fare: sei tornato a essere quello che eri prima di tutto il resto, un narratore di mondi, uno che va a vedere con i propri occhi invece di limitarsi a commentare da uno studio televisivo, un giornalista d’inchiesta.
Ti ho seguito nei reportage, nei libri, nelle raccolte firme, nelle inchieste che hai continuato a fare senza microfoni né telecamere di partito. Proprio come stavi facendo in questi giorni, a Cuba, per un progetto con il Fatto Quotidiano e TvLoft, “La polvere del mondo”.
Ora sei in un ospedale e le notizie che arrivano non sono buone. Non so cosa dire che non sia già stato detto, e non voglio aggiungere retorica a un momento che di retorica non ha bisogno. Voglio solo dirti che c’è un pezzo d’Italia, quella che non urla, che non fa a gara di dichiarazioni sui social, che in questo momento sta pensando a te con un affetto vero, quello che si costruisce nelle piccole cose: un passaggio in macchina, un treno preso, una città di provincia che per una sera hai fatto sentire importante.
C’è una cosa che in questi anni ho capito, da semplice lettore e da militante pentastellato: la coerenza vera non è mai stare fermi. È restare fedeli a un modo di guardare il mondo, anche cambiando strada. Tu hai cambiato strada, dalla politica al giornalismo, e ogni volta sei rimasto riconoscibile: curioso, diretto, scomodo per tutti, anche per chi ti ha voluto bene. È per questo che oggi, da privilegiato che può scrivere sul blog de Il Fatto Quotidiano, sento di doverti questa lettera pubblica: quello che sei stato per me, in una macchina diretta ad Alessandria dodici anni fa, non l’ho dimenticato.
Guarisci, Alessandro. Torna a scrivere, a raccontare, a discutere, a criticare. Il tuo lavoro fuori dal Movimento, quello vero, quello scomodo, ha ancora bisogno di te. E anche noi, i grillini della prima ora, abbiamo bisogno di sapere che chi ci ha fatto credere in qualcosa stia bene. Forza Alessandro.