Il nodo sta tutto lì. In quel passaggio dove i tecnici dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi hanno inserito un articolo chiave. E cioè “la decadenza o la sospensione del diritto di carica” per chiunque sia stato condannato in via definitiva a una pena di quattro anni. Anche se poi qualcuno ha sollevato il sopracciglio su altri aspetti del dispositivo, chiedendo che venisse inserito l’elenco dei reati escludenti da una candidatura ad una carica pubblica; “Non si può mica pensare di rendere incandidabile qualcuno per un incidente stradale…”. Però, in fondo, un omicidio colposo è pur sempre un omicidio. Eppoi, che farne di una condanna uscita da un patteggiamento?

Non è stata facile, ieri mattina, la riunione che si è svolta nella saletta adiacente l’emiciclo del consiglio dei ministri. Si parlava di decreto sull’incandidabilità, quello che il ministro della Giustizia Paola Severino ha già promesso a più riprese e che ieri sera, dopo sei ore di riunione, non ha fatto neppure capolino dai risultati della seduta. Il perché lo si è capito solo dopo, quando i fumi velenosi del decreto sull’Ilva, che hanno tenuto impegnato il consiglio per quasi tutta la riunione, non hanno cominciato a dipanarsi. E si è saputo che non c’è accordo tra i ministri sulla declinazione stessa del nuovo provvedimento. Che, è bene chiarirlo subito, difficilmente vedrà la luce come legge ordinaria. Anche se il prossimo Consiglio dei ministri straordinario di martedì cercherà comunque di mettere nero su bianco almeno la struttura, difficilmente le Camere (e le commissioni competenti dei due rami del Parlamento) riusciranno ad approvarlo in tempo utile per la fine della legislatura. Insomma, si tratta del solito decreto con annesso “effetto annuncio”, destinato poi a restare lettera morta o a essere ridotto in poltiglia dalle forze politiche nelle aule. Un po’ come è successo per il decreto sui tagli alla casta che sarà approvato martedì con la fiducia, ma che è già stato svuotato in diverse parti durante il passaggio alla Camera; il taglio ai vitalizi dei consiglieri regionali, infatti, partirà dalla prossima legislatura, non da questa, con una perdita secca per l’Erario di più di 150 milioni di euro.

Solo che dietro il decreto incandidabilità c’è qualcosa che ha un valore ancora maggiore, ovvero la possibilità di sbarrare a vita la possibilità al Cavaliere non solo di ricandidarsi, ma di conservare l’eventuale carica una volta condannato in via definitiva. E’ chiaro, infatti, che entro la prossima legislatura arriveranno a compimento (cioè fino al terzo grado di giudizio) quasi tutti i procedimenti che vedono oggi Berlusconi implicato (o già condannato). Insomma, impossibile non pensare alla sorte del Cavaliere al momento della compilazione del nuovo provvedimento. Pare, in questo senso, che il sottosegretario Antonio Catricalà ieri abbia più volte messo l’accento su questi risvolti di opportunità politica, ma che sia stato respinto sia dalla ministra Cancellieri che dalla Severino, seppur questa più morbida e possibilista sul da farsi. La riflessione, in buona sostanza, durerà tutto il fine settimana per il governo. E grande attenzione sarà rivolta all’evoluzione della partita in campo Pdl. Oggi, infatti, è previsto un incontro di preparazione tra Alfano e Gianni Letta, poi forse domani quello tra il Cavaliere e il segretario, propedeutico all’ufficio di presidenza del partito, previsto per martedì o mercoledì prossimi (si vedrà) durante il quale potrebbe avvenire anche la scissione interna; da un lato gli ex An (che Berlusconi non vuole più, a parte la Meloni) e dall’altra i fedelissimi, destinati alla ricandidatura grazie ad un possibile blocco del campo berlusconiano sulla legge elettorale in discussione al Senato. Il Cavaliere vuole andare a votare con il Porcellum per mantenere il potere di nomina dei propri candidati e per questo la legge si è impantanata, anche se è previsto il suo ingresso in aula martedì prossimo. Una partita – anche questa – del tutto aperta. Che si intreccia, in modo molto stretto, con le ultime mosse del governo. A partire proprio dall’incandidabilità, possibile legge “merce di scambio” sul fronte – proprio – della legge elettorale.

La partita si annuncia dunque più che complessa. Intanto, si sa che il testo definitivo del provvedimento inviato dal Viminale agli uffici governativi dovrebbe essere varato sotto forma di schema, sul quale le commissioni parlamentari competenti dovranno esprimere il previsto parere non vincolante al massimo entro 60 giorni. Poi tornerà al governo che dovrà decidere se modificarlo accogliendo gli eventuali suggerimenti del Parlamento o promulgarlo così com’è.

Il decreto delegato, almeno nelle intenzioni dell’Esecutivo, dovrà disciplinare la durata e i limiti dell’ineleggibilità per qualsiasi carica politica elettiva, dai consigli circoscrizionali al Parlamento europeo, dei cittadini colpiti da condanne purché passate in giudicato. Il testo dovrà regolare anche il divieto di accesso alle cariche nei cda delle Asl, nei consorzi, nelle aziende speciali, nelle comunità montane e nelle unioni di Comuni. La legge già esclude i condannati a pene superiori ai due anni per reati gravi come mafia, terrorismo, tratta di esseri umani, associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e per quei delitti contro la pubblica amministrazione, dalla corruzione in giù, “per i quali la legge preveda una pena detentiva superiore nel massimo a tre anni”. Prevede inoltre che l’incandidabilità venga fatta valere anche per le condanne determinate da un patteggiamento. 

Al prossimo decreto delegato la legge, in sostanza, affida il coordinamento con le norme sull’interdizione dai pubblici uffici e l’applicazione di quelle sugli incarichi di governo: una condanna definitiva nei limiti che saranno indicati dal decreto dovrebbe quindi portare a dimissioni di ministri o assessori in caso di condanna. Ma trovare un accordo su questo punto che metta d’accordo tutti è praticamente una chimera.

Infine, la delega legislativa dovrebbe affidare al governo il compito di individuare “ulteriori ipotesi di incandidabilità determinate da sentenze definitive di condanna per delitti di grave allarme sociale”. E qui entra in campo la sensibilità di ognuno, fatti salvi alcuni principi unanimemente condivisi (i reati contro l’umanità, per esempio). Insomma, la tela da dipanare è già molto intricata di suo. Se poi ci si mette pure il veto del Cavaliere che intende, ancora una volta, salvare se stesso diventando senatore con il più fidato gruppo dei suoi, la strada di Monti e del governo appare non solo in salita, ma senza alcuna possibilità di successo.