Appare sullo sfondo delle primarie come il convitato di pietra del Don Giovanni. Rischia di essere il secondo argomento di discussione dopo quello sulle regole. Pierferdinando Casini ancora una volta sembra avere il ruolo del jolly. Le canta a tutti (a destra e a sinistra), vuole, vuole sempre e fortissimamente vuole solo il Monti bis e lo ripete come il rosario. Critica tutti gli altri eppure, con i partiti che precipitano sul traguardo delle politiche di primavera, proprio per tutti gli altri resta sempre nella lista delle cose da fare: “Allearsi con Casini”.

Lo vorrebbero molti tra i moderati del Pdl che sognano un partito in formato Ppe all’italiana che almeno avrebbe l’effetto di risolvere la tempesta perfetta che contraddistingue il centrodestra da qualche tempo a questa parte. Ma il nome del leader dell’Udc continua a rimbalzare in tutti i dibattiti delle primarie del centrosinistra: al confronto tra i “Fantastici 5” su Sky, ma di nuovo ieri sera nel duello tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. E tutto ciò ha effetti, per giunta, inimmaginabili. L’unico infatti che, nel centrosinistra, continua a riproporre l’ipotesi di un “dialogo” con l’Udc è proprio l’ex comunista, Bersani appunto.

A petto di una riproposizione di un “compromesso storico” trentacinque anni dopo, a nessun altro viene in mente di governare con Casini. Non lo vuole Vendola, e questo si sapeva, perché comunista lo è rimasto fino a pochi anni fa. Ma non lo vuole neppure il candidato che sembrerebbe più vicino alle posizioni “moderate” dell’Unione di Centro. Cioè Renzi.

Per spiegare le posizioni di Bersani e di Renzi basta tornare al confronto di ieri sera su Rai Uno tra i due candidati arrivati al ballottaggio delle primarie di coalizione. Renzi vuole (e crede) in un Pd che sia autosufficiente: e l’autosufficienza, sperabilmente (dal punto di vista del sindaco di Firenze), potrebbe valere anche nei confronti di Sinistra Ecologia e Libertà, volendo. Bersani ha avuto buon gioco a ricordare, a quel punto, che la pretesa autosufficienza del Pd ha portato il partito al crash test delle elezioni del 2008 quando Walter Veltroni guidò la forza politica del “ma anche” all’incredibile sconfitta con un distacco così negativo da apparire inedito, peraltro scegliendo come alleati due forze politiche (i Radicali inseriti nelle liste democratiche, l’Italia dei Valori che si presentò autonomamente) con le quali il gruppo parlamentare del Pd non ha certo avuto un rapporto idilliaco in questi 5 anni di legislatura.

Per contro la replica di Renzi è stata facile perché sotto gli occhi della storia politica recente: i “carrozzoni” (l’Ulivo con Rifondazione e poi l’Unione) hanno portato alla caduta di entrambi i governi guidati da Prodi. Nel primo caso (1998) per mano di Rifondazione Comunista (Vendola compreso, ha ricordato maliziosamente il “rottamatore”), nel secondo caso (2008) per mano di Mastella, Dini e di altri dell’area di centro, quelli che solitamente si autodefiniscono “moderati” e affidabili. Essere padroni di se stessi, è il ragionamento di Renzi, è un po’ più comodo. Insomma, Casini è “un agente di commercio – riflette Renzi – che deve prendere i voti moderati per conto del Pd. Una sorta di franchising. A me non va bene. Se voglio i voti moderati, vado io a conquistarmeli”.

La conseguenza è che, laddove per Bersani Casini può essere uno con cui parlare, per Vendola e Renzi diventa un modo per “insultarsi”. Vendola lo fa capire con una sorta di aforisma: “Renzi non ha bisogno di prefigurare l’alleanza con Casini. Renzi è Casini”. Poi spiega: “I miei sostenitori possono votare per uno che è reticente sulla tragedia del popolo palestinese? Possono votare per uno che è marcatamente liberista?”. E il riferimento è a Renzi, non a Casini. Per contro il sindaco di Firenze rilancia Casini addosso a Vendola: “Vuole che le faccia l’elenco degli accordi di Vendola con Casini? Ci sono decine di Comuni in Puglia dove Udc e Sel sono insieme. Perché non prende la dichiarazione di Vendola a Telese su La7 che diceva di essere orgoglioso di aver preso i voti della destra? Per me essere di sinistra non significa fare gli accordi con don Verzè…”.

E allora perché corre e ricorre Casini, pure cinque anni dopo? Per dire il vero se lo chiede anche lui stesso. “Matteo Renzi è ossessionato da un’alleanza che nessuno gli chiede” ha commentato oggi stesso. “Renzi si occupi – ha aggiunto – dei problemi degli italiani che sono molto più seri”. Casini se lo chiede, ma basterebbe uno sforzo di memoria: “l’alleanza che nessuno chiede” fino a pochi mesi fa sembrava cosa praticamente fatta. Mancavano – sembrava di capire – solo le firme. Tutti si affollavano a spiegare la bontà del patto. Casini in testa, tanto che arrivò a un endorsement con lauto anticipo per Bersani, definendo Renzi “più a destra” di lui stesso. Poi con un po’ di fatica i militanti del Pd hanno aiutato i dirigenti a stropicciarsi gli occhi e a svegliarsi: “Ma che erba fumano?” chiedeva smarrita la base. Da qui l’alleanza forse “più naturale” con Sel.

Resta poi che l’Udc continua ad avere un irresistibile appeal elettorale nonostante, secondo i sondaggi ma anche secondo gli ultimi test elettorali, non superi – a voler essere ottimisti – il 7-8 per cento, una quota elettorale peraltro erosa, dicono gli istituti di rilevazione, dalla lista che vuole presentare il manifesto “verso la Terza Repubblica” di Luca Cordero di Montezemolo, Andrea Riccardi e Raffaele Bonanni. Certo, “l’utilità” che vede Bersani nella stampella centrista si materializzerebbe semmai dopo le elezioni e non prima. Il problema, infatti, sta in buona parte nella riforma della legge elettorale: se passa, per avere un premio di maggioranza (e governare con una certa sicurezza) serve il 40 per cento e Pd, Sel e Psi non lo raggiungono (se non con un exploit imprevedibile); se non passa, resta il Porcellum e la governabilità prodotta dalla legge partorita dalla mente di Calderoli ha avuto ripetute prove in questi anni. 

Tutto questo, certo, dovrebbe poi essere coniugato con la realtà: e cioè che tutta Sel e buona parte del Pd hanno idee che difficilmente possono “dialogare”, per usare il verbo di Bersani, con l’Udc. E lo stesso Bersani dovrebbe accogliere, nel caso, un’ipotesi di Monti bis (che lui nega sempre), con un governissimo e una grande coalizione, perché Casini non parla d’altro. E così i riflettori, per allargare la possibile maggioranza e renderla meno esigua, potrebbe essere uno sguardo, ancora una volta, leggermente a sinistra: che ruolo avrà l’area “arancione”? Che ruolo l’Italia dei Valori che annuncia grandi rinnovamenti? 

Così, cinque anni dopo, Casini sembra di nuovo destinato a due ruoli. Quello del terzo polo (minuscolo). Ma soprattutto da una parte è la Bella di Torriglia. E in questo caso lui se ne fa una ragione: “Sono sempre in minoranza – ha detto oggi, scherzando ma non troppo – Troverò il modo di andarci anche stavolta. Dopo la stagione passata ormai sono rassegnato ad andare in minoranza”. Dall’altra parte, invece, continuerà a vestire i panni del possibile ago della bilancia, del metronomo che si affaccia a destra e poi a sinistra, in modo da fare sempre sentire, da una parte o dall’altra, il proprio peso. L’ultimo esempio? La nomina di Mario Orfeo al Tg1