“Moby Prince? Il giorno del disastro viavai di chiatte con materiale esplosivo”: la rivelazione del capitano dell’altra petroliera
Vito Cannavina è un testimone oculare della strage del Moby Prince. Era lì, in mare. Era comandante della petroliera statale Agip Napoli: calò l’ancora nello specchio d’acqua di fronte al porto di Livorno nel primo pomeriggio del 10 aprile 1991: poche ore dopo, un miglio e mezzo più a sud, il traghetto Moby Prince speronò l’altra petroliera statale ancorata in rada, l’Agip Abruzzo. Ne scaturì un incendio che divenne letale per 140 persone imbarcate – per lavoro e in viaggio – sulla nave passeggeri e decedute dopo ore di agonia nell’attesa di un soccorso pubblico che clamorosamente non arrivò mai. Il 22 aprile il comandante Cannavina ha affidato i suoi ricordi alla terza Commissione d’inchiesta parlamentare sul disastro navale di 35 anni fa, impegnata da tempo sulla pista del terzo natante non identificato come concausa dell’incidente. Proprio su questo aspetto l’allora capitano della Agip Napoli ha offerto una testimonianza choc. “C’era fermento in porto – ha dichiarato parlando ai commissari -. C’era un via vai di rimorchiatori piccoli con chiatte che, probabilmente, sbarcavano e imbarcavano materiale esplosivo, perché avevano tutti quanti la lettera B, Bravo, che per noi in mare significa che sto imbarcando o sbarcando materiale pericoloso”.
Incalzato dalle domande del presidente Pietro Pittalis (Forza Italia) e del commissario Matteo Mauri (Pd), Cannavina ha indicato nelle due navi militarizzate americane a lui più vicine, il Gallant 2 e il Cape Breton le probabili protagoniste di questo traffico di armi con le chiatte rimorchiate: “Col binocolo vedevo queste bettoline che imbracavano grossi cassoni che salivano e poi scendevano dal Gallant 2, che avevo a meno di un chilometro, e dalla Cape Breton. Tutti grigi, mimetizzati”. Le chiatte rimorchiate, aggiunge Cannavina, “entravano dentro il bacino portuale” dopo aver trasbordato i cassoni dalle due militarizzate. Un’attività, questa, che l’allora comandante dell’Agip Napoli vide “nel pomeriggio” ma non ricorda di aver visto la notte, nell’orario dell’incidente tra il Moby Prince e l’Agip Abruzzo (che entrarono in collisione alle 22.25).
Cannavina è il primo testimone oculare a raccontare di aver visto traffico di armi dalle navi militarizzate americane ancorate nella zona sud del porto di Livorno (quella dell’incidente), il giorno della strage. Quella zona infatti era interdetta alla movimentazione in mare di armamenti perché dedicata ai traffici commerciali, soprattutto il transito di navi passeggeri. Le autorità italiane e americane, così come i comandanti delle due navi militarizzate, hanno sempre negato che quel giorno sia avvenuto trasbordo di armamenti in rada. Resta agli atti a riprova la risposta inviata all’allora ministro della Marina Mercantile dal comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Sergio Albanese, per permettergli di replicare all’interrogazione parlamentare del deputato dei Verdi Edoardo Ronchi datata 4 luglio 1991 “sull’opportunità di vietare l’attracco presso il porto di Livorno di navi cariche di esplosivo e di materiale bellico”. “Tutte le operazioni di trasbordo/sbarco/imbarco di esplosivi dalle navi alla fonda su chiatte tipo LASH – scrisse Albanese il 12 settembre 1991 – sono sempre state effettuate in un punto della rada di Livorno a Nord […] mentre il traffico commerciale e passeggeri si svolge obbligatoriamente dall’imboccatura Sud”. Era vietato quindi fare quanto Cannavina ha raccontato di aver visto quel 10 aprile 1991.
Ma c’è di più. Quelle chiatte dedicate al traffico d’armi avrebbero potuto circolare in porto solo se scortate da una motovedetta delle forze armate italiane, con compiti, scrisse Albanese nel 1991, “di vigilanza e polizia”. Il presidente della commissione d’inchiesta Pittalis ha quindi chiesto all’ex capitano Cannavina se le chiatte che vide trasbordare cassoni di armamenti avessero tale scorta armata, ricevendo un “no” per risposta. L’allora comandante dell’Agip Napoli osservò, pertanto, una movimentazione di armi dalle navi militarizzate Usa senza presidio delle autorità di sicurezza dello Stato Italiano.
Di queste movimentazioni illegali raccontate da Cannavina, non c’è traccia né nei registri dell’Avvisatore Marittimo, né nel registro del ponte levatoio di Calambrone che consentiva il passaggio tracciato delle chiatte preposte a questi scopi, dal porto di Livorno alla vicinissima base di Camp Darby tramite il canale dei Navicelli. Quindi formalmente questi traffici di armi non esistono e, se confermati, definirebbero un’attività illegale gestita dalle navi militarizzate della Us Army all’ancora, estranea al regolare trasbordo da e per Camp Darby, autorizzato e monitorato dallo Stato Italiano. Uno scenario, questo, che smentirebbe categoricamente la ricostruzione dalla Procura di Livorno nella sua inchiesta bis, terminata con l’archiviazione del 5 maggio 2010.
Cannavina ha infine offerto un ultimo indizio nella sua audizione. La Commissione d’inchiesta gli ha sottoposto il video scovato in un archivio acquisito dal Senato ai tempi della prima indagine parlamentare che mostra una chiatta con gli effetti di un incendio a bordo, estinto, allontanarsi dal porto la mattina successiva all’incidente. Vito Cannavina ha riconosciuto in questo natante qualcosa di simile a quelli che aveva visto trafficare armi a poca distanza dalle rotte di ingresso e di uscita dei traghetti quel 10 aprile 1991: “Sì mi sembra una chiatta – ha detto ai commissari – però questa sembra di dimensioni più grandi di quelle che vedevo quel pomeriggio”.
Il comandante aveva già accennato a questi trasbordi nel 2016, quando fu audito dalla prima commissione d’inchiesta del Senato. La sua testimonianza sul punto, allora un accenno di pochi secondi, non fu approfondita con indagini ulteriori, né nell’occasione né dalla seconda commissione d’inchiesta parlamentare e, a quanto noto, neanche dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze e dalla Procura di Livorno che dal 2018 hanno aperto un fascicolo per strage sui fatti di Livorno. Fascicolo per il quale, il 25 febbraio 2025, la Dda ha richiesto l’archiviazione.