Sono arrabbiati, anzi arrabbiatissimi. Nonostante i sorrisi e il colorato corteo che a forza di musica e canti li ha portati a protestare fino in Piazza Maggiore, sotto il Comune di Bologna. Sono i 130 nigeriani arrivati in Italia durante la cosiddetta “emergenza profughi” della guerra di Libia, e ora ospitati nel centro di accoglienza dei Prati di Caprara, il più grande dell’Emilia Romagna. Hanno chiesto diritti, dignità, e un futuro in Italia, “perché a fine dicembre scadranno tutti i nostri permessi e se non si farà qualcosa finiremo clandestini e senza casa”. Un problema che non riguarda certo le istituzioni locali, visto che tutte le decisioni in questo campo vengono prese a Roma. A riguardare Bologna invece il modo con cui sono stati spesi i soldi usati per accoglierli. Quaranta euro lordi a persona, estendibili a 46, che ogni giorno sono stati dati non a loro, ma a chi si è occupato della loro accoglienza. In questo caso la Croce Rossa Italiana, che ai Prati di Caprara ha organizzato 17 mesi fa una sorta di centro di accoglienza.

“Vivono in quello che loro stessi chiamano slum“, attacca l’associazione bolognese Ya Basta, che da tempo segue il caso dei 130 nigeriani, e che oggi assieme agli attivisti del centro sociale Tpo ha sfilato assieme a loro. “Da quello che ho visto e sentito posso dire che il loro trattamento è stato davvero poco umano”, ha raccontato il consigliere regionale Roberto Sconciaforni della Fed, anche lui in manifestazione. Al megafono,  mentre il corteo percorreva le poche centinaia di metri di via Indipendenza, c’è chi ha chiesto spiegazioni all’assessore al welfare del Comune di Bologna, Amelia Frascaroli, “Assessore basta silenzio”, e chi ha chiamato in causa la Croce Rossa. “Che ve ne siete fatti di tutti quei soldi?”

In tutto quasi tre milioni di euro, una cifra considerevole che avrebbe dovuto garantire ai profughi non solo vitto e alloggio e vestiario, ma anche assistenza legale e burocratica, corsi di lingua, mediazione interculturale, un servizio di primo orientamento.  Il tutto con l’assistenza di personale specializzato. “Servizi che non sono stati forniti se non attraverso volontari e in maniera intermittente. Corsi di italiano ce ne sono stati, ma senza continuità e il risultato è che loro ancora la nostra lingua non la parlano”, spiega Neva Cocchi di Ya Basta.

“Non possiamo dire che il nostro centro sia esente dai problemi, considerando anche che la struttura ci è stata assegnata per un’emergenza che è continuata per 18 mesi – spiega Michele Camurati, responsabile per la Croce Rossa del centro di accoglienza – ma noi i servizi previsti li abbiamo sempre forniti, appoggiandoci ad esempio alla rete di associazioni di volontariato presenti in città. Abbiamo organizzato corsi di italiano e dato assistenza legale attraverso l’associazione Al Sirat”. Ad Al Sirat, sportello medico-giuridico di base al centro sociale XM24, confermano tutto, specificando però di essere stati ingaggiati dal Comune di Bologna con fondi della Provincia, e per un progetto limitato che non ha potuto fornire assistenza a 41 dei 130 profughi. Gli altri sono stati presi in carico da altre associazioni e in parte, in un secondo tempo, dai volontari di Avvocati di strada quando. Come dire: ai 40 euro al giorno bisognerebbe aggiungere il costo dell’assistenza fornita dalle istituzioni locali attraverso associazioni e altri enti pubblici.

“I Prati di Caprara non sono  un hotel, ma l’accoglienza è stata tutto sommato positiva – spiega Maurizio Mainetti, direttore dell’Agenzia regionale di Protezione Civile – Bisogna tenere presente che noi operiamo su scelte fatte da altri, e che 130 persone mettono a dura prova qualsiasi struttura, sopratutto questa che ha una certa età. Detto questo quando c’è qualcosa di danneggiato interveniamo celermente. Fortunatamente tra poche settimane finirà l’emergenza, e queste persone, se andrà tutto come deve andare, dovrebbero essere prese in carico dagli enti locali”. E’ stata una scelta sbagliata quella di concentrare così tanti migranti in una struttura del genere? “Non sono io a dovere giudicare”.

Giorni fa ilfattoquotidiano.it è andato ai Prati di Caprara per verificarne le condizioni. Che non sarebbero neppure pessime, se ad esempio il centro accoglienza fosse usato come magazzino. Invece da più di 500 giorni ci vivono in 130 in stanze da sei, sette o a volte anche otto letti schiacciati gli uni contro gli altri. Una struttura circondata da muro e filo spinato, con bagni senza acqua calda, boiler fuori uso, un telefono pubblico che non dà segni di vita, vetri rotti e porte spaccate negli stanzoni dormitorio, pavimenti e docce danneggiate, qualche condizionatore (così è assicurato il riscaldamento) non più funzionante. All’ingresso un’impalcatura da cantiere e una sala tv con sedili rimediati chissà dove. Una struttura che forse poteva andare bene per i primi giorni dell’emergenza profughi, e che invece è stata usata per un anno e mezzo. “Ci trattano come cani – ha spiegato uno degli ospiti in inglese – Ogni tanto se ne va la luce, abbiamo avuto solo due cambi vestiti in 18 mesi, il resto ce lo hanno regalato i bolognesi o ce lo siamo presi rovistando nella spazzatura”.

Sulla questione fondi il direttore dei Prati di Caprara respinge tutte le accuse, “anzi con 40 euro al giorno a migrante non riusciamo nemmeno a rientrare nelle spese, ci stiamo rimettendo. Le utenze del centro sono un carico notevole per le nostre casse. Chi ci attacca vuole delegittimare la struttura e dice cose scorrette. Ad esempio si dice che non c’è acqua calda, la verità è che i boiler sono piccoli, e dopo una doccia gli altri ospiti devono semplicemente aspettare un po’”. A spiegarci come funziona Wisdom: “E’ vero, l’acqua calda c’è ma solo in una doccia. Siamo in 130 e facciamo la fila dalle 5 di mattina”. C’è poi la questione delle cucina, a loro vietata per motivi di sicurezza. “Ogni giorni ricevono cibo da un servizio catering, non possono nemmeno prepararsi i pasti da soli e vivere una minima autonomia. Non ce la fanno più”.  La conferma di quanto raccontato mesi fa a ilfattoquotidiano.it, quando i migranti parlarono di “pasti pessimi, riscaldamenti quasi sempre spenti, un grado di autonomia nullo e corsi e assistenza legale forniti da volontari non pagati”. A marzo l’associazione bolognese “3 febbraio” aveva confermato l’assenza di acqua calda “almeno fino a prima della grande nevicata invernale. E l’acqua calda – ha spiegato un volontario dell’associazione – gli è stata data solo perché hanno protestato sotto la sede della protezione civile”. Il 27 i Prati di Caprara sono stati visitati dal consigliere comunale del Pdl Michele Facci, che ha poi parlato di un centro “sovraffollato, 120 persone invece delle previste 40, e una condizione sanitaria non idonea”. Quel giorno Facci ha riferito alla agenzie di aver visto nel campo solo “due o tre operatori della Croce Rossa”, a fronte di circa 120 migranti.

Si poteva fare di meglio? Forse sì, come ci spiega un operatore che sta seguendo l’emergenza profughi nei Comuni di Casalecchio, Sasso Marconi e Monte San Pietro. “Il modello è stato completamente differente. Piccoli gruppi di migranti sparsi sul territorio. In una casa 6 ragazzi, in un’altra 4, in un’altra ancora 3 e così via. Si gestiscono la loro casa, si fanno da mangiare da soli, per fare la spesa hanno i buoni della protezione civile e altri contributi, in tutto 100 euro a testa al mese. Poi c’è lo strumento della borsa lavoro, molti di loro sono stati introdotti a un’attività lavorativa e pagati 3 euro e 80 centesimi all’ora”. Poco, ma tantissimo se paragonato all’euro al giorno concesso ai migranti bolognesi che si sono offerti di dare una mano al Tribunale. Infine c’è il problema dell’italiano. Pochissimi tra i 130 migranti ospitati ai Prati di Caprara riescono a sostenere una conversazione anche basilare “E’ ovvio, se stanno sempre assieme continueranno a parlare inglese, inseriti in piccoli contesti invece avrebbero non solo la possibilità ma anche l’obbligo di interagire con italiani. E imparerebbero la lingua”.

Nei giorni scorsi ilfattoquotidiano.it ha provato più volte a contattare l’assessore Frascaroli, ma senza risposta. In una risposta a un’interrogazione comunale, tempo fa l’assessore ha spiegato che le prime fasi dell’emergenza sono state gestite “egregiamente” dalla Protezione civile, ma che ora bisogna “superare” la situazione attuale attraverso “soluzioni che facilitino i percorsi di integrazione degli ospiti”, ad esempio tramite percorsi di avviamento al lavoro e di autonomia abitativa.