La lotta di classe torna in tutto il suo furore ed è lotta iniziata a freddo dalla ricchezza contro coloro che in due secoli il mondo civile ha imparato a chiamare, garantire, rispettare e trattare come partner dell’impresa, i lavoratori. Sto parlando dell’annuncio di Marchionne. Metterà “in mobilità” 19 operai come risposta alla sentenza della Corte d’appello di Roma che lo obbliga a riassumere 19 operai licenziati perché discriminati, dunque illegalmente. 

L’Amministratore delegato della Fiat compie un gesto di violenza senza precedenti: poiché ha il potere, si vendica. Sceglie di farlo nel giorno in cui il numero dei disoccupati italiani ha toccato il suo livello storicamente più alto (10,8 per cento) e i senza lavoro giovani sono il 35 per cento.

Ma una vendetta non tiene conto di questi dettagli, anzi, se la guerra è guerra, fai fuoco quando il bersaglio è più esposto. Dunque a questo Marchionne ha ridotto la civiltà industriale italiana: se ti impongono di osservare la legge, tu scateni la rappresaglia.
È evidente che Sergio Marchionne ha difficoltà gravi di convivenza con un mondo regolato da norme e da limiti di civiltà, e che il suo “tu non sai chi sono io” sta diventando palesemente patologico.

Ma non dimentichiamo che proprio oggi il New York Times ci dà la notizia dello spostamento in Cina della produzione Jeep della Chrysler (un annuncio che rischia di pesare su quelle elezioni) e proprio in questi giorni è uscito il piccolo importante libro di Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, in cui dichiara e dimostra che, in piena pace sociale, la parte ricca del potere ha aggredito il mondo (la crisi oscura che stiamo vivendo) e sta tentando di ridurre il lavoro al livello più umiliante e più basso con ogni espediente. Tocca ai sindacati reagire insieme e ai partiti che pensano di essere legati al lavoro non restare inerti. Il gesto è ignobile, forse annuncia che Marchionne sta arrecando alla Fiat un danno più grande di quello che arreca alla Repubblica, alla Costituzione, alla legge e ai lavoratori.

Forse risulterà impossibile per la Fiat, impresa e azionisti, accettare come normale (giuridicamente, aziendalmente, psichicamente) il potere basato sulla rappresaglia. Ma se i lavoratori subiranno l’umiliazione di lasciarsi dividere, e la politica di tacere, la cieca guerra di classe del potere ricco contro il lavoro segnerebbe la sua prima vittoria importante nel giorno peggiore della vita italiana.

Il Fatto Quotidiano, 1 Novembre 2012