Leggo perplessa il post di Piergiorgio Odifreddi, intitolato Scienza e Onniscienza, sul suo blog di Repubblica e relativo alla recente condanna degli esperti sismologi a L’Aquila. Secondo Odifreddi, questa condanna sarebbe un’ennesima conferma dell’atteggiamento schizofrenico e medievale che gli italiani hanno nei confronti della scienza, pronti a condannarla se non fornisce risposte certe oppure a incensarla come una nuova forma di divinazione chiedendole troppe certezze…

Ogni qualvolta che in Italia c’è un dibattito sul ruolo della scienza nella società, riemergono i fantasmi di Galileo e Bellarmino, del rogo di Giordano Bruno e della perenne dialettica oscurantismo/libero pensiero, etc etc, come se la questione fosse semplicemente quella di schierarsi tra due verità: una – quella scientifica – oggettiva perché metodologicamente controllata, e l’altra – quella religiosa – divinatoria e gestita da un manipolo di fanatici vittime del folklore e delle leggende locali.

Eppure mi sembra che i (pochi) paladini in Italia della Scienza e della Razionalità come Odifreddi, cadano spesso vittime di una visione della scienza e dei rapporti tra conoscenza scientifica e società che è altrettanto oscurantista e superata.

E’ chiaro che la condanna de L’Aquila – seppur carica delle emozioni provocate dalla tragedia e ridiscutibile in fase di appello – non voleva essere una condanna alla Scienza e alla sua incapacità di fare predizioni. Come mostra bene l’intervento di Peter Gomez su Il Fatto, è il contesto in cui si è fatto appello agli esperti e la legittimità del modo in cui quell’expertise è stato usato che sono oggi in questione.

Questa sentenza è un sintomo dei rapporti complessi che la scienza intrattiene con la società e la politica. Sono almeno cinquant’anni che l’immagine dello scienziato esperto e disinteressato a fare calcoli nella sua torre d’avorio è stata messa in crisi da filosofi e sociologi della scienza. Intere nuove aree di ricerca, come le Sts (Science and Technology in Society), la sociologia della scienza, e la disciplina di cui mi occupo, l’epistemologia sociale, mettono in questione il ruolo dell’expertise nella società, il suo uso politico, e l’apparente neutralità della verità scientifica. Non dimentichiamo che una delle più grandi inchieste dell’ultimo decennio fu la famosa Hutton Inquiry nel 2003 suscitata in Inghilterra dallo scandalo dei dossier dei servizi segreti inglesi sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, “truccati” per giustificare l’intervento militare, in seguito alla morte di David Kelly, scienziato esperto di armi nucleari le cui dichiarazioni furono usate per manipolare i dossier.

Se vogliamo prendere una posizione responsabile sulla sentenza de L’Aquila non dobbiamo interrogarci sulla verità o la falsità degli enunciati scientifici, ma sulla buona fede degli esperti e la legittimità dei processi di decisione, dei ruoli di potere e della deferenza all’expertise che formano il complesso tessuto dei fatti. Per esempio, nessuno sembra parlare del fatto che esiste nel Trattato di Maastricht un intero articolo dedicato al Principio di Precauzione (art. III-233) che così recita: “La politica dell’Unione Europea in termini di ambiente deve avere lo scopo di raggiungere alti livelli di protezione tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni dell’Unione. Deve essere basata sul principio di precauzione e sui principi che giustificano l’azione preventiva”. Il principio di precauzione applicato ai fatti ambientali fu ripreso nel Trattato di Maastricht dalle dichiarazioni dell’Earth Summit di Rio del 2003, secondo le quali: “nei casi in cui le minacce ambientali di un potenziale evento sono catastrofiche, l’ignoranza non è una condizione sufficiente per non agire e non prendere delle precauzioni”.

Per farla breve, il principio di precauzione applicato all’ambiente afferma che, in assenza di informazioni su un rischio potenziale, la prudenza non è mai troppa. Lo stesso principio fu per esempio invocato dai ministri dell’Ambiente europei, per giustificare la decisione discutibile di chiudere lo spazio aereo nel 2010 a causa della nube di cenere prodotta da un vulcano islandese.

In questo caso, per esempio, il principio di precauzione non è stato chiaramente rispettato. Varrebbe la pena allora di interrogarsi su questa scelta. Ancora, la presenza degli esperti alla riunione sembra sia stata provocata politicamente per “calmare le acque”. Se così fosse, è la buona fede degli esperti nel prendere parte a questa riunione, e non la loro competenza, a essere messa in questione. Inoltre, perché un verbale della “Commissione Grandi Rischi” dovrebbe essere sufficiente a giustificare un’inazione preventiva? E’ giusto? A quale livello queste decisioni vanno prese? L’Europa non andava interpellata? Una commissione di esperti internazionali non sarebbe stata un giudice più imparziale? Sappiamo tutti che l’oggettività e la verità scientifica si costruiscono attraverso forme complesse e controllate di collaborazione ormai globale nella produzione del sapere. Perché il parere di qualche professorone locale dovrebbe costituire “il criterio oggettivo” su cui prendere decisioni così importanti?

E ancora, se molte scienze naturali, figuriamoci quelle sociali, non hanno nessuna ambizione o speranza predittiva – come sembrano riconoscere d’un tratto tutti quanti in difesa degli scienziati – su quali basi giustifichiamo gli immensi investimenti in varie scienze, in particolare in molte scienze ambientali, come oggi per esempio le scienze che indagano sul cambiamento climatico? Non potremmo investire su altre tecniche di predizione, come quelle dei Future Markets o dell’analisi dei Big Data? C’è per esempio chi sostiene oggi che queste nuove tecniche di intelligenza collettiva rese possibili dalle nuove tecnologie siano molto più affidabili in termini di predizioni dell’appello all’expertise. Ciò non vuole dire che la scienza diventi inutile, ma che il suo ruolo per fare predizioni vada ridimensionato a favore, per esempio, di altri ruoli (come quello di fornire spiegazioni).

Vale la pena, insomma, prima di condannare o difendere i protagonisti della vicenda in nome della verità, di cercare di porci domande responsabili su come i fatti scientifici sono socialmente costruiti, quali processi decisionali mettono in gioco e qual è il nostro controllo possibile su di essi.