“Penso che Joe debba soltanto essere Joe”. Così Barack Obama aveva risposto a chi, poco prima del dibattito tra i vice-presidenti, aveva chiesto di cosa Joe Biden avesse bisogno. In effetti Scranton Joe, dal nome del villaggio della Pennsylvania dove è nato, è stato davvero il formidabile combattente della politica che da anni amici e avversari conoscono. E’ apparso appassionato, sarcastico, competente. Ha spesso interrotto il suo rivale, il repubblicano Paul Ryan. Gli ha riso in faccia e ha sgranato gli occhi alle sue affermazioni. Lo ha chiamato “amico mio”, aggiungendo subito che stava dicendo un “mucchio di fesserie”. Se è possibile immaginare che Joe Biden ieri sera non abbia convinto molti indipendenti, è certo che la sua performance ha ridato passione ed entusiasmo ai democratici Usa.

Media e pubblico americani attendevano un dibattito particolarmente duro tra i candidati alla vicepresidenza. Le attese non sono andate deluse. Al Centre College di Danville, Kentucky, Joe Biden e Paul Ryan si sono scontrati su tutto. Afghanistan, Libia, economia, lavoro, aborto. Ryan ha ripetutamente accusato l’amministrazione Obama di aver fallito nello sforzo di riportare prosperità e lavoro al Paese. “Stiamo andando nella direzione sbagliata – ha detto -. Questa non è una vera ripresa”. Pur avendo dedicato gran parte della sua attività di congressman all’economia, Ryan ha trovato nella politica estera i momenti migliori della serata. “La statura dell’America nel mondo è in picchiata libera”, ha detto, aggiungendo che le immagini televisive dell’ambasciata Usa in fiamme a Bengasi “hanno svelato il fallimento della politica estera di Obama”.

Ryan ha scelto per la serata un tono più pacato rispetto al suo avversario, conservando un sorrisetto ironico nei momenti più tesi. In una sola occasione ha reagito infastidito alle continue interruzioni: “Signor vic-presidente – ha detto – capisco che lei si trovi sotto pressione perché deve recuperare il terreno perduto. Ma penso faremmo un servizio migliore se la smettessimo di interromperci l’un l’altro”. Il richiamo è servito a poco, perché Biden ha continuato imperterrito a menare durissimi fendenti politici. Sulla questione delle ambasciate in nord Africa, Biden ha definito le parole di Ryan “delle palle” e ha ricordato che sono stati proprio i repubblicani a proporre un piano di tagli ai fondi per la sicurezza delle ambasciate Usa. In un’altra occasione, in risposta alle accuse di Ryan sulla presunta arrendevolezza dell’amministrazione di fronte al nucleare iraniano, Biden ha scagliato contro l’avversario l’accusa di “dire delle sciocchezze”.

Tutti aspettavano che “Biden il mastino” facesse quello che non ha fatto Barack Obama nel primo dibattito: e cioè attaccare il ticket repubblicano sulle questioni più spinose e imbarazzanti. In effetti il dibattito era iniziato da qualche secondo che già Biden citava quel 47% che secondo Romney vivrebbe “sulle spalle dello Stato” e invitava gli avversari “a prendersi finalmente le proprie responsabilità di fronte a tutti gli americani”. Ancora a fine dibattito Biden ha ricordato la propria frustrazione “per l’atteggiamento dei repubblicani. Quando parlano del 47% – ha detto -, parlano di mia madre e di mio padre e del posto dove sono nato”.

Particolarmente convincente Biden è apparso quando ha rivendicato la battaglia politica di una vita a favore della classe media e ha cercato di dipingere la proposta sulle tasse dei repubblicani come un attacco proprio alla classe media. “Noi vogliamo farla finita con i privilegi fiscali per i più ricchi. Questa gente, per rientrare dei tagli alle imposte che annunciano, dovrà per forza agire su sanità ed educazione”. Bordate anche contro la proposta di parziale privatizzazione dei servizi sociali. “I repubblicani non sono mai stati forti sul Medicare e Social Security – ha detto Biden, guardando diretto nella camera – Faranno lievitare i costi per la sanità di 6400 dollari all’anno. A chi credete? A noi o a loro?”

Il democratico ha cercato di evitare l’errore commesso da Obama nel primo dibattito. Il presidente non aveva mai guardato in viso Mitt Romney, preferendo tenere gli occhi abbassati verso il suo podio. L’attitudine gli aveva guadagnato diverse critiche. Obama era parso remissivo ad alcuni; altero ad altri. Biden ieri sera non ha mai staccato gli occhi dal rivale, mantenendo un sogghigno costante che ha spesso rubato la scena a Ryan e che solo verso la fine del dibattito, per sopraggiunta stanchezza, si è affievolito. Ryan in almeno un’occasione si è trovato in seria difficoltà. Quando, pressato dalla moderatrice Martha Raddatz di Abc News che gli chiedeva dettagli sui programmi da tagliare per abbassare il deficit, non ha dato risposte precise, ma ha spiegato che “repubblicani e democratici dovranno lavorare insieme”. Biden è invece parso seriamente in imbarazzo quando il suo avversario gli ha chiesto: “Sa qual è la percentuale di disoccupati a Scranton? Il 10%. Era l’8,5% quattro anni fa”.

Ieri sera i due candidati hanno comunque fatto quello che i rispettivi campi attendevano. Biden ha riattizzato la passione in una base democratica abbattuta dopo la cattiva prova del presidente nel primo dibattito. Ryan ha tenuto alto il momentum, lo slancio rinnovato della campagna repubblicana di questi giorni. Ognuno lo ha fatto a modo proprio. Biden, 69 anni, con lo stile di un politico dotato di una retorica populistica, da comizio più che da studio televisivo. Ryan, 42 anni, con l’attitudine più fredda, trattenuta, del giovane conservatore cresciuto negli anni di Reagan e dei tecnocrati prestati alla politica. Martedì prossimo si replica, con il secondo dibattito tra Obama e Romney. Gli ultimi sondaggi su base nazionale mostrano un lieve vantaggio del repubblicano (+0,7% secondo la media compilata da Realclearpolitics). Obama mantiene però un certo vantaggio in alcuni dei battleground states più importanti: Ohio, Virginia, Nevada, Pennsylvania, New Hampshire. Ciò non toglie che se vuole chiudere la partita, Obama debba mostrare martedì quello che gli è mancato la settimana scorsa. Grinta. Determinazione. Padronanza delle questioni. Voglia di vincere.