Ai Mondiali di calcio del 2018 in Russia manca ancora tanto, ma la macchina organizzatrice si è già messa in moto. Imponente, forse anche troppo: a neppure due anni di distanza dall’assegnazione, i costi sono già quasi raddoppiati rispetto alle stime iniziali.

È la prima delle indicazioni fornite da Vitaly Mutko – ministro dello Sport nonché presidente del Comitato organizzatore della Fifa World Cup 2018 –, che con quasi un anno d’anticipo sulla tabella di marcia ha presentato il progetto della manifestazione. Per la quale il Governo russo prevede di spendere circa 600 miliardi di rubli (pari a 15 miliardi di euro).

Una cifra tutto sommato in linea con i parametri di questo genere di eventi: il Brasile ha investito più o meno la stessa somma per i prossimi Mondiali 2014, mentre la Polonia per Euro 2012 (ospitato per altro in coppia con l’Ucraina) ha messo sul piatto fino a 20 miliardi. Nondimeno, l’annuncio ha destato un po’ di sorpresa, considerando che Putin in persona nel dicembre 2010 aveva parlato di un budget compreso tra i 7 e gli 8 miliardi. Ma il lievitare dei costi d’organizzazione delle grandi manifestazioni sportive è tutto fuorché una novità: anche le ultime Olimpiadi – nel Regno Unito, Paese pure a bassissima percentuale di corruzione – hanno viste le proprie spese quadruplicate tra il 2005 (anno di assegnazione) e il 2012.

Ad ogni modo, solo la metà del budget dovrebbe essere di provenienza pubblica, fornita dal Governo federale (5 miliardi) o dagli enti regionali (2,5 miliardi). Secondo Mutko, l’altra metà arriverà da investimenti privati: una vera e propria “chiamata alle armi” per i grandi magnati del Paese, con Putin che già in passato aveva sollecitato il suo amico Abramovich ad “aprire il portafoglio” in vista delle prossime Olimpiadi invernali (a Sochi, nel 2014) e dei Mondiali 2018.

Di questi 15 miliardi di euro, il 40% servirà a finanziare la ristrutturazione o la costruzione ex novo (come nel caso di Kalingrad) degli stadi. Il restante 60% verrà impiegato per le infrastrutture: hotel, aeroporti, autostrade; non più le linee ferroviarie ad alta velocità, un’idea tramontata per i costi ritenuti eccessivi dal Governo. I trasporti saranno fondamentali nella buona riuscita dell’evento, data l’enorme distanza fra le varie città ospitanti (la manifestazione non toccherà i confini orientali del Paese, ma tra San Pietroburgo e Sochi ci sono comunque 2500 chilometri da percorrere).

Proprio a proposito di città ospitanti, in occasione della presentazione del progetto Mutko ha anche rivelato quali saranno le undici località sedi del Mondiale. E qui è arrivata la seconda “sorpresa”. Nell’elenco (che comprende Mosca, con due stadi, quindi San Pietroburgo, Kazan, Sochi, Ekaterinburg, Samara, Saransk, Rostov-on-Don, Nizhny Novgorod, Volgograd e Kaliningrad) non figura Krasnodar (“troppo vicina a Sochi”), ma soprattutto Yaroslavl. Un’esclusione che fa rumore, motivata con ragioni economiche (“I costi della proposta di ristrutturazione dello stadio non erano sostenibili”), ma dietro cui potrebbero esserci retroscena politici: il capoluogo dell’omonimo distretto – a circa 250 km da Mosca, con una popolazione di 600mila abitanti – lo scorso aprile è stato una delle prime grandi città del Paese ad eleggere un sindaco dell’opposizione (Evghenij Urlashov), candidatosi in aperta rottura contro Russia Unita, il partito di Putin, ed eletto con oltre il 70% dei voti). Nel 2018 non si sa se Urlashov sarà ancora in carica, di certo non avrà il privilegio di ospitare i Mondiali di calcio.

Il ministro si è difeso (“Non c’è nulla di personale in questa scelta”), sostenuto anche da Blatter (“Come nel calcio, ci sono 11 titolari, gli altri purtroppo devono andare in panchina”). Mentre a proposito del budget di spesa raddoppiato ha concluso: “I numeri non sono definitivi, si tratta solo di stime approssimative”. L’impressione è che nei prossimi sei anni i costi, semmai, potranno solo aumentare. Come anche le polemiche.