Bologna è la terza città italiana, dopo Milano e Roma, per infiltrazioni e per reati come usura, riciclaggio, truffe, danneggiamenti e incendi. In Emilia Romagna, poi, il giro d’affari legato alle organizzazioni criminali è stimato intorno ai 20 miliardi di euro all’anno sui 150 circa generati a livello nazionale. Inoltre, per quasi ogni provincia (con Ferrara in una posizione un po’ migliore rispetto alle altre), si rileva una situazione “grave e assolutamente da non sottovalutare. La presenza mafiosa si conferma ai massimi livelli, così come il rischio colonizzazione”.

In estrema sintesi è il bilancio contenuto nel recentissimo rapporto sulla mafia in Emilia Romagna curato dalla Camera di commercio di Reggio in collaborazione con la Fondazione Antonino Caponnetto. Un bilancio che parte analizzando i “reati spia”, quelli cioè connessi alle modalità riconducibili ai clan – 9 attentati, 221 danneggiamenti, 301 incendi e 1149 rapine – e che ci conclude con un’avvertenza: “Attenzione particolare dovrà essere applicata alla ricostruzione post terremoto. I contributi ministeriali sono circa 9 miliardi di euro. La torta è ghiotta e bisogna star certi: le mafie non stanno a guardare”.

Numerosi i clan censiti in regione. Per quanto riguarda quelli camorristici, vengono citati i Bidognetti, Birra-Iacomino, Mallardo, D’Alessandro-Di Martino, Vallefuoco, Stolder e Terracciano provenienti da Castel Volturno, Ercolano, Giuliano, Acerra e Napoli, soprattutto per quanto riguarda i quartieri spagnoli e di Ponticelli. Corleonesi, Panepinto, Laudani e Fidanzati le famiglie della mafia siciliana presenti in Emilia Romagna e che rappresentano le aree di Palermo, Corleone, Catania e Agrigento. I clan più fitti sono però quelli ‘ndranghetisti: Arena, Dragone, Grande Aracri, Mancuso, Barbieri, Pesce e Muro sono solo alcuni di quelli che si ritrovano lungo la via Emilia e che da Cetraro a Isola Capo Rizzuto, da Cutro a Crotone da Rossano a Siderno hanno qui trasferito i loro interessi.

Le fonti a cui lo studio presentato nei giorni scorsi attinge sono le relazioni di Dia, Dna, commissione antimafia e una fitta serie di operazioni condotte dal Gico della guardia di finanza, dal Ros dei carabinieri e dalla polizia di Stato. E per il momento rimanda la fotografia della provincia di Piacenza a fine ottobre, quando verrà presentata un’analisi ad hoc, curata dall’osservatorio antimafia locale e sempre con la Fondazione Caponnetto.

A livello regionale, dunque, “i rischi di inquinamento dell’economia legale hanno raggiunto livelli inquietanti”. Lo suffraga il relativo quadro delle operazioni di infiltrazioni secondo il quale, nel 2011, sono state 1307 le operazioni sospette, il 9,22% di quelle commesse su scala nazionale. Quarantré sono stati i tentativi di riciclaggio denunciati sempre lo scorso all’autorità giudiziaria portando alla denuncia di 168 persone e all’arresto di altre 26. A questi numeri si devono poi aggiungere le 9 denunce per impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, le 226 estorsioni segnalate alle forze dell’ordine, i 12 episodi di usura e le quasi 7 mila banconote false sequestrate nel corso dell’anno.

Sul fronte dell’ambiente, invece, l’indagine della Camera di commercio di Reggio Emilia rielabora il rapporto di Legambiente, che sottolinea come la regione sia l’undicesima a livello nazionale per illegalità nel ciclo del cemento e dodicesima per i reati legati al ciclo dei rifiuti. Il primo frangente ha portato a scoprire 219 casi portando a 53 sequestri e a 331 denunce mentre il secondo i numeri sono rispettivamente di 238 infiltrazioni, 101 sequestri e 300 denunce. Inoltre la provincia di Bologna – quinta a livello nazionale per reati ambientali con una percentuale del 8,7 di fatti criminosi, 52 nel cemento e 55 nei rifiuti – è in testa alla classifica regionale per beni sottratti alle organizzazioni mafiose con 39 sequestri (di cui 13 in gestione), seguita da Forlì-Cesena con 28, Ferrara con 16, Ravenna con 8, Parma con 6, Rimini con 5 e Modena con 1.

Infine, per quanto riguarda gli appalti, si avverte che “vi è poi il problema del ‘massimo ribasso‘. Cosa produce: un’alta percentuale degli appalti sono vinti da imprese che provengono dal sud Italia. Naturalmente, queste società non sono tutte infiltrate dalla criminalità organizzata. Occorre tener presente però che l’impresa mafia spa riesce ad accaparrarsi molti degli appalti proprio con il sistema del massimo ribasso, presentando offerte inavvicinabili per le altre imprese”. In merito i rapporti con la politica, invece, “nella regione tendenzialmente non sono state rilevate ingerenze”, ma casi come quelli del Comune di Serramazzoni (), in provincia di Modena, o i tour a Reggio Emilia dei candidati sindaci di Cutro devono far “tener presente che il modus operandi delle mafie, prevede ‘statutariamente’ lo stretto legame con la classe politica, a ogni livello”.